Quei pescatori sul fiume di Myanmar

Terse sculture d'immagini in bianco e nero. Pescatori Intha, che in un silenzio ormai estraneo all'Occidente fendono le acque su piccole imbarcazioni. Bambini dai gesti già adulti, che si preparano a diventare novizi, e il fiume che accoglie da secoli le donne al ritorno dal mercato. Birmania. O meglio Myanmar, angolo d'Asia tornato all'attenzione con le manifestazioni che hanno visto scendere in piazza - e sugli schermi - i monaci buddhisti che la tradizione vuole alieni alla politica. Ma mai alla vita, come mostrano le immagini di Clelia Belgrado al Castello D'Albertis («Myanmar. Birmania: Luce, Acqua, Presenze», fino al 24 marzo 2008) che aprono un varco nella quotidianità sottesa dal sacro di un Paese percepito lontano all'epoca degli scatti, il 2005, e oggi diventato tragicamente familiare. Ed è proprio questa distanza a siglarne attualità e necessità: fuori della cronaca, il «reportage atipico» penetra il senso del luogo nei volti e nei movimenti. Le immagini, nei tagli ricercati e nelle luci misurate a squarciare neri profondissimi, tessono le trame di una vita che si consuma in un lavoro mai dimentico della dignità. Ed ecco il fiume ricevere le reti dei pescatori, le cui ombre paiono gru, i villaggi su palafitte, le labbra abituate alla recita dei Sûtra. E i piccoli monaci, che con la ciotola per le offerte iniziano un cammino nei mondi che queste immagini, nel volume con testi di Fabrizio Boggiano, Denis Curti e Roberto Mutti (Silvana Editoriale), custodiscono con sentito rigore.