Quei piccoli "doctor Livingstone" chiamati a metter d’accordo i Poli

I precedenti: da Ugo La Malfa ad Andreotti, dalla Iotti a Maccanico il lungo elenco delle "esplorazioni" fallite

Roma - «Doctor Livingstone, I suppose», volevano privarci proprio degli esploratori? Dopo quanto ci è stato imbandito in questi giorni e con la speranza gioiosa di un governo balneare da affondare in pieno inverno, era un imperativo categorico passare per il mandato esplorativo. Anzi «finalizzato», come tiene a sottolineare l’alto notaro che dal colle più alto vigila sul bene comune. Sì, siamo al peggio del peggio della prima Repubblica. Poiché ad esplorare non è Stanley ma un sindacalista di lungo corso, non certo alla ricerca delle sorgenti del Nilo ma di una morta gora dove ridar fiato ad una coalizione putrescente. È l’ora dei piccoli esploratori, quelli che più della bussola usano e confidano nel pallottoliere per contar le figurine: questo ce l’ho, questo mi manca, ce l’ho, ce l’ho, io speriamo che me la cavo.
E con quanta solenne serietà, Franco Marini ha accettato, bontà sua, l’«impegno non semplice, anzi gravoso», di esplorare se gli è possibile dar vita ad un «governo funzionale» ad una riforma elettorale: come dire la quadratura del cerchio. I causidici del Quirinale spiegano che quello affidato al presidente del Senato è «un po’ più» di un mandato «esplorativo», è appunto «finalizzato».

Come quelli che nella prima Repubblica i capi di Stato di polso davano ai democristiani di seconda fila, affinché stessero nei confini assegnati senza far di testa propria. «Finalizzato alla costituzione di un governo di centrosinistra tripartito» era la formula, e guai al Colombo di turno se provava ad allargarsi ad un «quadripartito». Il di più per Marini, starebbe che non ha avuto un «preincarico», ma se riesce a far quadrare i conti sul suo pallottoliere, potrà «sciogliere la riserva» - questa, l’avevate dimenticata? - e risalire al Quirinale per la lista dei fortunati ministri.

Ricordate Antonio Maccanico? Con minor sfoggio di aggettivi, ebbe dal pio Oscar lo stesso mandato affidato da Giorgio Napolitano a Marini. Esattamente undici anni fa, il 1° febbraio 1996. Era caduto il governo Dini, sondaggi e logica davano in testa il centrosinistra perché la Lega aveva rotto col Polo, Silvio Berlusconi era favorevole al tentativo di Maccanico indicato dal centrosinistra. L’incaricato ci contava, era quasi fatta. Ma ad impallinarlo ci pensò Gianfranco Fini, e quel colpo il Cavaliere non glielo ha ancora perdonato. La motivazione politica del niet di An è rimasta oscura, i maligni ghignano che dev’essersi trattato di una lite di cortile, poiché Maccanico abitava nello stesso palazzo dov’è la sede nazionale di An. Tant’è che Maccanico risalì il Colle con l’esplorazione fallita, senza nemmeno tentare di rabberciare un governicchio. A gestire le elezioni, fu Lamberto Dini.

È stato l’ultimo esploratore prima di Marini, Maccanico. E insegna Marx che quando la Storia si ripete finisce sempre in farsa. Ma è sempre stata dura, la vita degli esploratori nostrani: Roma è più pericolosa dell’Africa nera, giran più belve e serpenti nei palazzi che in tutta la savana e le foreste dello Zambia. Nonostante le innovazioni apportate a questo istituto dalla presidenza di Francesco Cossiga: ora è un postcomunista che incarica un post-democristiano, allora un democristiano affidò l’esplorazione ad una comunista, Nilde Jotti, che fatalmente «rimise il mandato» senza aver cavato un ragno dal buco. Il ’79 figura come l’anno d’oro degli esploratori, pure Giulio Andreotti esplorò, addirittura Ugo La Malfa ormai stanco e semicieco, anche l’ex presidente Giuseppe Saragat si prestò all’avanscoperta. Nel solco dei grandi esploratori, grandi sul serio come Cesare Merzagora negli anni ’50.

Vedrete: alla meglio Marini finirà come l’ultimo governo di Amintore Fanfani, insediato per farsi fucilare alla prima comparsa in Parlamento, e sfilare così la gestione della campagna elettorale a Bettino Craxi. Alla peggio, si replicherà la farsa del marzo 1960, quando Giovanni Gronchi mandò in esplorazione Giovanni Leone, questi tornò dopo tre giorni con la sua relazione, su questa base l’altro diede l’«incarico pieno» ad Attilio Piccioni che clamorosamente rifiutò, subito e senza pensarci due volte.