Quei piccoli sepolti vivi abbracciati alla mamma

C’è chi ha salvato il proprio bambino facendo da scudo, chi l’ha perso
pochi giorni prima di averlo. E chi ha voluto morire con loro. <a href="/a.pic1?ID=341960" target="_blank"><strong>&quot;Noi della Casa dello studente sepolti 15 ore sotto le macerie&quot;
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nostro inviato a L’Aquila

L'epicentro dell'epicentro sta nel cuore di quest'ospedale molto ambizioso, costruito sicuramente per sedare le velleità creative degli architetti, solo eventualmente per soddisfare i bisogni dei malati. Difatti, alla frustata più feroce della terra, proprio questo luogo destinato a proteggere e a curare, uno dei pochi dove sentirsi veramente sicuri, si è sbriciolato nei suoi settori più importanti e più delicati: la Pediatria, il Pronto soccorso.
Il terremoto dei piccoli, che vale sempre doppio, perché falcia gli innocenti, o quanto meno li segna per tutta la vita, comincia là dove la vita comincia. Improvvisamente, alle tre e mezzo della notte, bisogna cominciare subito a combattere la dura lotta della sopravvivenza. Le creature stanno nelle culle, ma all'improvviso sui loro sogni impalpabili e celesti comincia a crollare il soffitto. Polvere e boati, un inferno tra gli ignari.
La signora Annalisa ha 28 anni ed è mamma da poche ore: la sera stessa le hanno fatto il cesareo e l'hanno aiutata a scodellare Giorgia. Quando il terremoto la sveglia, ha al suo fianco la mamma, rimasta a vegliarla almeno la prima notte dopo l'intervento. È il panico. Mai Annalisa avrebbe immaginato così le prime ore di vita della sua bambina. «Mi sono alzata di scatto, con i punti che ancora mi tiravano e la flebo attaccata al braccio. Assieme a mia madre siamo corse a prendere Giorgia, quindi siamo scappate come indemoniate fuori da quell'ospedale. Scappavano tutti, c'erano crolli ovunque. Una volta all'esterno, ci siamo accorte che stava già arrivando mio marito in macchina, per portarci in salvo, all'ospedale di Chieti...». In Pediatria, i neonati rischiano di restare sepolti. O quanto meno soffocati dalla polvere. Ci sono italiani semplicissimi che non hanno bisogno di un busto di bronzo e di una medaglia al valore: istintivamente, sanno cosa fare, sanno scegliere la cosa giusta. Né eroi, né fannulloni. Il dottor Bernardino Persichetti, nella notte dell'apocalisse, pensa subito ai degenti particolarissimi del suo reparto pediatrico. Assieme alle infermiere, corre tra i letti e organizza la grande fuga, guidando l'esodo verso la salvezza come un nuovo Mosè in camice bianco. «Purtroppo - racconta all'alba - passando dal Pronto soccorso ho visto scene terribili. Per quattro bambini non c'è stato niente da fare...».
Non è vero che la morte rende tutti uguali. La morte di un bambino non è uguale a nessun'altra morte. Purtroppo, anche il terremoto d'Abruzzo avrà per sempre la sua lugubre contabilità del candore. C'è la bimba di San Gregorio, una frazione poco fuori L'Aquila, che i genitori avevano riportato dalla Francia, dove vivono da anni, per farle gustare il clima del paesello avito. Erano arrivati la sera prima, volevano fare la Pasqua in Italia. Non ci sarà più Pasqua, né stavolta né mai, per questa famiglia sventurata.
C'è una salma minuscola che ripropone a tutti quanti gli irrisolvibili quesiti sulle vita e sulla morte, sugli strambi giochi del destino, lasciandoci immancabilmente a bocca aperta, inebetiti, senza una spiegazione capace di placarci: lei è una bimba russa di 3 anni, rimasta sotto le macerie a Fossa. La sua sorellina gemella, invece, è salva, assieme alla mamma. C'è un perché, in tutto questo? Ha ancora un senso, cercarlo? La gemellina viva, agli occhi di sua madre, sarà sempre una soave consolazione e una cupa disperazione, recandosi dietro il ricordo di una notte senza logici perché.
E poi c'è Francesco, che non aveva ancora due anni. È morto al riparo della sua casa, nel centro storico dell'Aquila. Il papà era l'agente scelto Luigi Giugno, della Forestale. La sua mamma, Giovanna, aveva in grembo anche un fratellino. Sono rimasti sotto lo sconquasso tutti assieme, volandosene via come una bella famiglia italiana. Se ne sono accorti poco dopo i colleghi della Forestale: chiamavano l'agente scelto Giugni per organizzare i soccorsi in città, e sembrava molto strano che lui si rendesse irreperibile. Sono andati a chiamarlo sottocasa. Ma sotto la casa, letteralmente afflosciata come un soufflé, c'era proprio l'agente scelto Giugni con la sua bella famiglia appena avviata. I primi soccorsi della Forestale, nel cuore della notte, sono andati all'amico, nel silenzio spettrale, tra lacrime sincere.
Le sciagure appiattiscono l'umanità sotto la coltre dei grandi numeri. Ma per ogni cifra che cambia, lo zoom rivela sempre l'atrocità del dolore intimo e familiare. Della storia unica e irripetibile. In un palazzo franato dell'Aquila, i soccorritori si imbattono nella scena dolcissima e insostenibile di una mamma ancora devotamente accovacciata sui suoi due bambini, dentro il lettone, lì pietrificata, come un capolavoro di tenerezza che grida per l'eternità, nell'estremo e inutile tentativo di ripararli dall'inferno. Stesso gesto, stesso impeto materno, poco più in là, nella frazione San Gregorio: qui la bambina di due anni però è salva, estratta dalle macerie dopo un lungo lavoro, spostando pietosamente il corpo esanime della giovane madre che le ha fatto da scudo. Se un monumento alla mamma si volesse un giorno erigere, l'artista potrebbe qui trovare la più sublime ispirazione.
È una notte che al suo passaggio lascerà orme profonde nella vita degli uomini. A loro però piace dire, obbedendo a un richiamo ancestrale, che bisogna subito trovare la forza per rialzarsi e per continuare. Che bisogna trovare un buon motivo, da qualche parte, per ricominciare. In questa notte di urla e di stridore, sopra tutte le urla si alza un grido esile e lacerante, l'unico in grado di restituire davvero un senso all'angosciante caos del mondo: è il primo pianto di Gabriella, che nasce dentro a un'ambulanza, mezz'ora dopo il cataclisma. Già la chiamano figlia del terremoto. Ma è la valorosa sorella di tutti quei piccoli martiri che non ce l'hanno fatta.