Quei “pizzini” firmati Udeur: rissa tra prodiani e Mastella

Massimiliano Scafi

da Roma

Basta la parola, pizzini, per farlo scaldare. «Noi, i franchi tiratori? Noi, i sabotatori? Ma non diciamo scempiaggini, all’Udeur l’elezione di Franco Marini conviene. Diventeremo più determinanti». E basta uno sfottò, «ciao Francesco», per farlo tornare a sorridere. Clemente Mastella, come al solito, è inseguito dal sospetto. Gli indizi non mancano. Quelle sette schede bianche e nulle al primo scrutinio, quei tre «Francesco» invece di «Franco» al secondo e una pure al terzo, quella porta del governo che Romano Prodi gli tiene ancora chiusa. Quella previsione di Mauro Fabris, capogruppo alla Camera, alle dieci del mattino: «E chi lo ha detto che Marini ce la fa al primo turno?». E quella dichiarazione di Mastella, a metà pomeriggio: «Se resteremo ancora ai margini, se non otterremo visibilità, proporrò al mio partito l’appoggio esterno». Manca solo la prova. «E non c’è - dice il leader dell’Udeur -. Il mio problema è il governo e non il Senato, i malesseri vanno quindi ricercati altrove». Sarà anche così, ma la cronaca della giornata più lunga di Palazzo Madama finisce all’una di notte, dopo il terzo tentativo andato a vuoto, con Mastella e il collega di partito Nuccio Cusumano a strattonarsi con Giuliano Procacci, senatore della Margherita e prodiano doc. Accuse, spintoni e qualche parolaccia, finché il provvidenziale intervento dei commessi non mette a tacere la rissa.
Insomma, a Mastella non tutti credono. A cominciare da Armando Cossutta: «Forse c’è qualcuno che vuole avere assicurazioni sull’assetto dell’esecutivo e manda messaggi. Pizzini, se vogliamo usare questo termine. Però è un calcolo sbagliato perché si corre il rischio che il governo non si faccia». Per continuare con Carlo Vizzini, Forza Italia: «Quei tre voti sono stati contestati perché chiaramente riconoscibili...». E finire con Rocco Buttiglione: «Era ovvio che si ripetesse la votazione, qualcuno ha ricattato la maggioranza. Quelle tre schede erano firmate». Sono stati i tre senatori dell’Udeur? Mastella nega con energia: «Abbiamo votato per Marini. Il nostro dissenso avviene alla luce del sole. Noi siamo per il vecchio linguaggio, diciamo pane al pane e vino al vino e non facciamo giochetti, non mandiamo messaggini. E poi al primo scrutinio i franchi tiratori sono stati più di dieci». Come dieci? «Sì - risponde - perché qualcuno del centrodestra ha indicato Marini compensando in parte le defezioni del centrosinistra».
«Sono innocente», ripete come un disco. Peccato però per tutte quelle pacche sulle spalle quando esce dall’aula dopo il secondo scrutinio, per quei saluti scherzosi: «Ciao, Francesco Mastella». Tra l’altro, secondo alcune voci, i tre senatori avrebbero «firmato» le loro schede proprio per dimostrare all’Unione la lealtà dell’Udeur. Paradossalmente, sarebbe stato lo stesso Marini a chiedere all’Udeur una prova tangibile, cartacea, di fedeltà, che gli è costata il quorum.
Questi i sussurri. Di certo ci sono le grida con cui Mastella continua a tenere aperto il fronte governativo. Gli incontri e le telefonate con il Professore, l’ultima nel tardo pomeriggio, infatti non hanno ancora portato in dote quel ministero di peso che il Campanile pretende. Quindi, la minaccia continua. «Laddove nel governo il mio partito venisse marginalizzato - spiega Mastella - proporrò al consiglio nazionale l’appoggio esterno perché sarebbe un gabinetto molto più di sinistra del previsto». Che vuole l’Udeur, la Difesa?
Certo non la Pubblica istruzione. «Io dovrei andare dagli insegnanti a dire “toglieremo quello schifo di riforma Moratti”. Ma come faccio a sostenerlo, con questa maggioranza risicata che ci troviamo? Prodi piuttosto ci mandi Ferraro del Prc al posto mio». E allora, a cosa puntate? «Noi non cerchiamo elemosine. Abbiamo lottato con le unghie e con i denti in un’area di frontiera. Se questa riconoscibilità viene, benissimo. Altrimenti ne prenderemo atto senza nessuno scandalo. Spero che nei nostri confronti intervenga un dato politico e non di sola contabilità. Non non accettiamo - conclude, almeno per ora - di stare in questa condizione di limbo politico, additati come quelli che hanno fatto perdere il centrodestra e che non sono considerati dal centrosinistra».