Quei popoli a Ponente divisi dai confini e uniti dalle tradizioni

L'Italia, linguisticamente parlando, è chiaramente a macchia di leopardo. Il Bel Paese nei secoli ha visto gente (ma l’ha anche chiamata) d'ogni stirpe ed intenti. Le tracce, vistose, sono rimaste. Ora - a tutela delle minoranze linguistiche che hanno posto radici nella penisola - il Parlamento, con voto unanime, ha approvato e posto a disposizione fondi per la legge 482/99. S'intende con ciò valorizzare non solo gli idiomi, ma anche patrimoni culturali e le tradizioni, dei quali le molte comunità sono portatrici. Sono così elencate le popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate, quelle parlanti il francese, il franco/provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano ed il sardo.
Nell'arco occidentale della penisola, così da investire il vasto territorio posto a cavallo della catena delle Alpi Graie (versante italiano e francese), i segni della duplice cultura franco-provenzale ed occitana sono tuttora vivaci: essi ci parlano da radici lontane e profonde.

LE CULTURE DEL PONENTE
Portiamoci nel Ponente ligure, dove ogni buon rivierasco, allorché pone mente alla sua «piccola patria», abbraccia istintivamente un territorio esteso dal Cuneese alla Provenza-Dipartimento delle Alpi Marittime e, giù, nell'Imperiese fino alla piana Albenganese. In proposito lo storico genovese professor Teofilo Ossian De Negri ha sgombrato il campo da ogni dubbio o controversia. Dunque, per gli storici trattasi di tre poli di un'entità geografica ed etnica dalle comuni origini, storia e costumi. In questo ventaglio troviamo pertanto collocata la cultura occitano-provenzale, con il suo arcobaleno di idiomi.
L'occitano, detto anche lingua «d'oc» o provenzale, è un idioma indo-europeo, appartenente al gruppo occidentale delle parlate neolatine, formatosi da quelle iberiche celto-liguri (ancora più lontane), latinizzate dalla successiva conquista romana. A questo punto è meglio sgomberare il campo da possibili (ed esistenti) equivoci: nel senso in cui la parola «nazione» geopoliticamente viene comunemente intesa, come Occitania essa non è mai esistita, se non in visione virtuale. Di converso è esistita e mantiene salde radici la cultura occitano-provenzale con le sue «enclaves», estese da Italia a Francia, da Svizzera (Romandi) ad Austria/Alto Adige (Ladini), dal Midi di Francia alla Spagna. Curiosamente a Cosenza, Meridione profondo, è tuttora attiva una comunità della piemontese Val Pellice, costituita da gente fuggita secoli addietro per sottrarsi a persecuzioni di matrice religiosa.

OCCITANI E PROVENZALI
Detto ciò, il nostro obiettivo si cala sulla «Terra Brigasca», a cavallo di Italia e Francia, ove si colloca la comunità occitano-provenzale. Esso ci porta a scoprire un «faro» situato nel cuore delle Alpi Liguri e Marittime. Il mondo occitano abbraccia Oltralpe il territorio che dai monti della Maurianne, seguendo il corso del fiume Durance - principale affluente del Rodano - comprende Avignone, Arles ed ingloba l'intero Dipartimento delle Alpi Marittime. Sul versante italiano, con le numerose valli piemontesi, l'area, sull'asse delle Alpi Graie, Marittime e Liguri, giunge al mare.
La luce del «faro», scoperta, si riverbera nei secoli, al tempo in cui l'idioma occitano-provenzale accomunava il vasto territorio appena descritto. Nulla precludendo all'immaginazione, in retrospettiva vi possiamo materializzare i «troubadores», i gentili «trovatori» alla corte della Regina Giovanna d'Angiò, fra poetici canti (bene tramandati), palpiti d'amore, giocondi duelli, gettando senza saperlo i primi semi della parlata italiana. Potremmo, in Provenza, a Castel Gavone dei Marchesi Carretto, veder reincarnato il Cavaliere Rolando di Vaquieras, cantore eccelso dell'epica romantica e struggente storia del «trovatore» Aimonetto e della nobile Giacobina del casato dei Conti di Ventimiglia, il cui poema originale (degno di una fiction televisiva come si deve) si trova nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Al fascino dell'idioma non sfuggì neppure Dante quando, in provenzale, canto VIII del Purgatorio, dedica otto versi al poeta-trovatore Arnaldo Daniello. Medesimo fascino manifestarono Carducci ed altri non meno illustri letterati e poeti.
L'obiettivo ora cala sulla Terra Brigasca. È nell'ambito della lingua occitana che si è sviluppata una parlata, quella brigasca, con affinità a quella di Olivetta San Michele in Val Roja. I territori interessati sono quelli comprendenti la zona dell'ex comune di Briga Marittima diviso, alla fine della seconda guerra mondiale, tra il comune di La Brigue ed il villaggio di Morignole, in terra francese; Realdo e Verdeggia, frazioni del comune di Triora in provincia di Imperia; Piaggia, Upega e Carnino, frazioni del comune di Briga Alta in provincia di Cuneo; Viozene, frazione del comune di Ormea (Cuneo).
Nella cornice di tale «enclave» possiamo includere il preistorico scrigno delle 50 mila e più incisioni rupestri della Valle delle Meraviglie, di Fontanalba, di Le Mesce, comprensorio un tempo italiano ed ora francese, ove si trovano le vette più elevate della Alpi Marittime.

LA STRADA DELLE NAVETTE
Un fantastico e duplice cordone ombelicale lega questo magico territorio alla Terra Brigasca: la cosiddetta «Strada delle Navette» fino al Colle dei Signori (Marguareis) ed oltre, a San Dalmazzo di Tenda, Casterino, porta d'accesso all'anzidetto scrigno preistorico. Appena al di sopra di questo bellissimo percorso, sul filo del «duemila», dal Saccarello al Missun (m. 2.300), dal Bertrand (m. 2.500), al Colle dei Signori, si snoda la famosa «strada cannoniera», teatro di feroci combattimenti al tempo della prima campagna d'Italia del Bonaparte.
Il tutto porta a considerare che fra le aree provenzali, liguri e piemontesi esistessero profondi legami di ordine economico e sociale. Comunità portate all'interscambio, specie per le risorse agricole. A parte l'allevamento (oggi in ripresa), le stagioni della frutta, delle vendemmie, delle olive in riviera portavano a ciclici trasferimenti sovranazionali e pertanto a reali e profonde integrazioni culturali e sociali. In virtù dei ricorrenti interscambi, le diverse comunità si assicuravano di che vivere, faticosamente certo, ma anche con piena dignità.
Dal 1984, paladina della Terra Brigasca, troviamo l'associazione «A Vastera, Union de Tradisiun Brigasche». Ne è presidente il professor Nino Lanteri, brigasco purosangue, che si avvale di una schiera di ferratissimi collaboratori. Una prima battaglia, l'inserimento tra le minoranze linguistiche, è stata vinta; altre si profilano. Il sodalizio possiede un'arma, il periodico «A Vastera, scártari (quaderni) de gente brigasche», redatto in provenzale-brigasco, italiano e francese. La pubblicazione è gemella del noto «Coumboscuro» di Val Grana, tra i collaboratori spicca la pluri-iridata fondista di sci, Stefania Belmondo. La prestigiosa atleta, anche per questo suo impegno, nel 2005 ha ricevuto il premio «Flamargal» (da un valico alpestre in quel di Carnino), premio istituito dalla provincia di Imperia per la promozione del territorio e le popolazioni alpine.

IL NIDO D’AQUILA
A Realdo - «nido d'aquila» (R' nì d'aigûra) - del sodalizio il presidente Lanteri traccia una panoramica. «La legge 482 è un punto di partenza. Era sacrosanto che a tutte le minoranze linguistiche venisse riconosciuta la loro identità. Noi ci batteremo per questo, con proposte precise. Ora vi siamo inseriti. Ci fa piacere che gli enti preposti alla sua attuazione - Regioni, Province e Comuni - l'abbiano recepita così da poterla rendere operante. La nostra, quella occitano-provenzale, è una civiltà che accomuna tutte le popolazioni dell'arco alpino occidentale. Oltretutto, con l'ultimo conflitto, abbiamo perduto, con la Divisione Alpina Cuneense, la migliore gioventù, vuoti incolmabili. Quindi ci troviamo nella condizione per trovare, tutti uniti, nuove vie per lo sviluppo. Noi qualcosa riteniamo di aver fatto, di fare, specie sotto il profilo dell'informazione e culturale, altro ci attende».
Indubbiamente la dimensione di un tempo non è più proponibile. Resiste una modesta quota d'allevamento, specie d'estate, quando dalla pianura gli animali risalgono ai pascoli buoni.
«A mio avviso - conclude il presidente - in primo luogo la nuova legge, il logorio della vita moderna, la scadente qualità della vita nelle città, forme nuove per spazi di libertà e svago, l'acuta sensibilità culturale, giocano a favore nostro, alla parlata della Terra Brigasca ed alla sua cultura».

UN VOLTO NUOVO
Ne consegue che si va alla ricerca di un volto nuovo. A Pontedassio di Imperia, Giacomo Alberti, industriale latto/caseario, nel 2005 insignito del prestigioso Cavalierato del Lavoro, nativo di Realdo, rende una testimonianza illuminante. «Il 27 agosto scorso, nella Valle dei Maestri, sulle propaggini del Marguareis, in un'incantevole zona prativa, ho partecipato alla cerimonia religiosa ed alla festa per la riapertura al culto della cappella di Sant'Erim (o Sant'Erasmo) dopo l'avvenuto restauro. C'era anche il Vescovo della Diocesi di Ventimiglia. Lui era salito a piedi da Carnino. Il restauro ha comportato anni di lavoro, possibili soltanto nella buona stagione. È stata opera della “Vastera” e di volontari della Ligura, anche di Genova. Era soltanto un rudere. Ora rivive. Guai - conclude Alberti - se perdessimo interesse per le tradizioni, per quello che i nostri padri ci hanno lasciato».
Per rendere possibile l'intervento, cui gli imperiesi hanno contribuito con passione, «A Vastera» compì preliminari, preziose ricerche presso l'archivio della Diocesi di Ventimiglia ed altrove. Luciano Frassoni, genovese e sanremese d'adozione, valente tecnico informatico, membro del direttivo del sodalizio, si è tuffato sulle vecchie carte, specie tra le memorie lasciate da Don Allaria, raccolte in montagna. «Abbiamo così accertato - egli spiega - che già nell'XVI secolo quella Cappella ospitava i fedeli. Si trattava di margari che salivano in montagna con le famiglie. Anzi, vicino alla Cappella, stando alla documentazione, doveva esistere un caseggiato, probabilmente la canonica, dove si tenevano le lezioni per i ragazzi saliti in montagna con i genitori. Forse è per questo che il sito prese il nome di Valle dei Maestri».
La legge 482, accennata dal Presidente Lanteri, è ovviamente complessa. Oltre ai fondi stanziati, contiene le disposizioni cui gli enti territoriali (Regioni, Province, Comuni) debbono attenersi per renderla operativa. Come sempre avviene, all'atto pratico, non tutto fila via liscio. Così anche per la Terra Brigasca dove un'iniziativa particolarmente qualificata stenta a decollare.

TRIORA E LE STREGHE
Infatti tra gli obiettivi «A Vastera» aveva posto in primo piano la realizzazione a Realdo del Museo della Terra Brigasca, sede storica naturale. Occorre ricordare che nel vicino comune capoluogo Triora, di musei ne esistono già due: quello Internazionale della Stregoneria e quello etnico. Ebbene, la Regione Liguria, sulla scorta della legge sulle minoranze linguistiche, aveva predisposto il finanziamento per il Museo della Terra Brigasca. Al Comune di Triora toccava un co-finanziamento di 60 mila euro a fronte dello stanziamento globale dei 300 mila previsti. L'11 febbraio 2005 la delibera è stata portata in consiglio e rinviata. Motivazione testuale: «… impegnandosi (il consiglio comunale) a ricercare i fondi necessari per realizzare un'area destinata a tale cultura (occitano-provenzale) all'interno del Museo Internazionale della Stregoneria in corso di realizzazione nell'edificio comunale dell'ex Palazzo Stella». Quindi a Triora, non già a Realdo! Sconcerto, delusione alla «A Vastera». Doccia fredda.
A Realdo, è bene ricordarlo, poco prima della sua prematura scomparsa, si era fermato il maggiore degli storici nostrani per le tradizioni, Alfredo Cattabiani. Lo accompagnava la moglie, Marina Cepeda Fuentes, che ogni domenica su Radio Uno possiamo ascoltare nello spazio trasmissione del Vaticano, conversando amabilmente sui santuari d'Italia. Ne restarono affascinati, di Realdo come di Triora. Così come la Regione ha inteso dare concretezza alla legge 482, lo stesso comune di Triora potrebbe giovarsi di un ulteriore richiamo turistico/culturale a breve distanza. Oltre tutto il Museo della Terra Brigasca a Realdo appare a pieno titolo meritevole nella lettera e nello spirito a quanto recita la provvidenziale legge sulle minoranze linguistiche.

LA CUCINA BIANCA
Tenuto conto dell'improbabilità di un modello superato, il rilancio si prospetta su quanto fin qui sostenuto da «A Vastera» e da chi per l'entroterra propugna uno sviluppo equilibrato su cardini che tengano conto delle realtà locali, delle sue tradizioni. Il passaggio obbligato pare dunque quello di un'intelligente valorizzazione degli aspetti culturali, ambientali. Su tale filone vi sono cose fatte, altre da fare. Si tratta del turismo, delle attività sportive connesse al mondo della montagna, le virtù gastronomiche peculiari del territorio alpestre, cioè il tema della «Cucina Bianca» che dall'alta Valle Arroscia, a quella del Tanaro e della Terra Brigasca ha già incontrato lusinghieri consensi in riviera.
Il presidente Nino Lanteri spezza una lancia affinché si proceda su questa strada. «Noi - dice - riteniamo che la corretta e curata applicazione della legge 482, oltre a salvaguardare e valorizzare tradizioni e costumi, possa avere riflessi positivi anche sullo sviluppo sociale ed economico. Anche per questo stimoliamo ogni forma di collaborazione transfrontaliera ed interregionale, in sintonia con i programmi dell'Unione Europea».
La musica, sul versante culturale, è andata con successo alla ricerca del tempo perduto. A Rollo di Albenga, dove abita, ne rende testimonianza Carlo Lanteri: «I Brigaschi - spiega - sono depositari di un cospicuo patrimonio di canti popolari, sacri e profani. Ne sono stati raccolti un buon numero ed anche trascritti, sicché è stato possibile effettuare una prima analisi linguistica e musicale. È nato il Coro Brigasco che affianca la Corale francese di La Brigue. Sono anche sorti valenti complessi sui testi occitano-provenzali, chiamati ad esibirsi un po' ovunque».
Sul piano economico «A Vastera» segue con attenzione lo sfruttamento in Alta Valle Argentina dei giacimenti di ardesia. Forse pochi sanno che nel territorio, dopo l'avvenuto sfruttamento di quelli della Fontanabuona (nel levante ligure), si estrae il 70% dell'intera produzione nazionale. Tale zona è stata riconosciuta dalla legge 482 quale «enclave» del Comune di Triora, dove è insediata la minoranza linguistica occitano-brigasca di Realdo e Verdeggia.
Sul piano sportivo-turistico prospettive di sviluppo pongono in primo piano il bacino dell'Alta Val Tanaro, dove fra Piaggia, Upega e Carnino ha anche competenza l'amministrazione del Parco Naturale del Pesio, con al centro i massicci del Marguareis, delle Saline e del Mongioie. A questo punto occorre aggiungere che alle attenzioni del Parco del Pesio si unisce la passione di genovesi in prima linea, savonesi, ingauni ed imperiesi che di questo sito alpestre hanno fatto il loro terreno di svago per sottrarsi a quello che il Presidente Lanteri ha felicemente battezzato «logorio della vita moderna».