Quei post comunisti che vogliono ridare la speranza al Paese

Ruggero Guarini

A che punto è la notte del post-comunismo italiano? Niente può forse aiutarci a capirlo come quel libro immortale in cui Piero Fassino - quest’uomo che fa sempre tutto, come rivela il titolo di quel capolavoro, «Per passione» - sentì il bisogno, suppergiù quattro anni fa, di raccontare la storia della sua vita. Eccone un passo che basta da solo a farci misurare la distanza che separa le sue contorsioni attuali dal giùbilo che lo travolse quando ascese al vertice del suo partito: «È il 18 novembre 2001. Si conclude il secondo congresso nazionale dei Democratici di sinistra. Il più difficile dalla svolta della Bolognina. È alle nostre spalle un decennio. Tutto intorno, i compagni mi stringono le mani, mi abbracciano, mi incoraggiano. Un gruppo di giovani della Sinistra giovanile di Teramo - che hanno votato per Giovanni Berlinguer! - mi lancia una bandiera rossa. La prendo al volo e la faccio sventolare. Nel Palabasket di Pesaro risuona l’Internazionale. Si avvicina una compagna di Ferrara. Mi abbraccia commossa e mi dice: “Ti abbiamo messo nelle mani la cosa più preziosa che possediamo. Non lo dimenticare!”».
Che cosa penserà mai in questi giorni quella compagna emiliana della fine che il partito ha fatto nelle mani di Fassino? Magari penserà che ha fatto la stessa fine che fa un’altra cosa quando finisce, come si dice a Napoli, «in mano alle creature». E che ormai non resti altro che sperare in quel nuovo partito che dovrebbe nascere dalle nozze della Quercia con la Margherita. E forse si starà anche chiedendo quale potrà essere il suo programma. Ma questo dovrà chiederlo a D’Alema. Il quale ha già rivelato che il suo principale dovere sarà quello di «dare una speranza al Paese».
Dunque D’Alema teme che la sua faccia, e quelle di tutti i querciaioli messi insieme, da sole non bastino a dare una speranza al Paese. E probabilmente sospetta che non bastino, da sole, nemmeno quelle di tutti i margheritini. Spera però che quelle medesime facce, se e quando si offriranno tutte insieme alla nostra ammirazione, basteranno e forse avanzeranno. E come si potrebbe dargli torto? Non è forse evidente che le facce di D’Alema e Prodi, Veltroni e Rutelli, Fassino e Parisi, Angius e Castagnetti, Cacciari e Letta, e così via accoppiando, se divise e separate non riescono a dare una speranza al Paese, ci riusciranno senz’altro quando si presenteranno tutte insieme in un solo mucchio?
Le umili parolette di Massimo D’Alema sul dovere di dare al Paese una speranza fanno il paio del resto con quelle non meno dimesse con cui lo stesso Fassino, dal giorno della sua ascesa al vertice del suo partito fino al momento in cui sbigottito si è accorto di essersi smarrito in uno gliòmmero di questioncelle morali, soleva spiegarci un giorno sì e l’altro pure che il Paese manca di una guida, e che questa guida possono offrirgliela soltanto lui e il suo partito: questa armata di profetuzzi nati con l’idea fissa di dare una speranza al Paese per poterlo meglio guidare verso la salvezza.
Dare una speranza al Paese... Offrire una guida al Paese... Il pallino di questi bravi ragazzi, anche dopo gli ultimi infortuni subiti sul fronte della questione morale, resta il commovente bisogno di dimostrarsi degni della definizione lacaniana dell’amore ostinandosi a offrire qualcosa che non hanno a qualcuno che non la vuole.
guarini.r@virgilio.it