Quei «poteri forti», deboli nel difendere Rcs

Nicola Porro

da Milano

Oggi il Corriere della Sera non sarà in edicola. Il motivo è che un signore, giudicato impresentabile dall’establishment finanziario italiano, ha speso 1.200 miliardi delle vecchie lire per comprare sul mercato il 15% del giornale milanese. Sindacati di categoria, comitato di redazione del Corriere e il direttore stesso, sono preoccupati per l’«assoluta mancanza di trasparenza» negli acquisti.
Stefano Ricucci è un «palazzinaro» che ha fatto un mucchio di soldi con il boom del mattone. Fa parte di quella genia di nuovi ricchi, che ciclicamente il capitalismo italiano sforna. Con lui in pista un’altra coppia d’oro, pensando ai loro quattrini e investimenti proprio in Rcs, Giuseppe Statuto e Danilo Coppola. Su di loro indagano, sì proprio così, uno stuolo di giornalisti, i migliori nel loro campo. Sino ad oggi l’unica cosa che si è riuscita a scoprire è che la provenienza dei loro fondi «è dubbia». Si assiste così a una straordinaria e italiana inversione dell’onere della prova: i ricconi devono continuamente giustificare la genesi della propria opulenza. Ricucci ha però toccato il filo più elettrico del capitalismo italiano, la società che edita il Corriere della Sera. Solo recentemente gli azionisti storici, e dopo sei anni di conti disastrosi, sono riusciti a estromettere i Romiti dalla gestione del quotidiano: un bel assegno cash (ma oggi ridicolizzato dal boom dei titoli in Borsa) e l’uscita di Romiti jr dalla stanza dei bottoni. Intorno a questa rottura si è poi ricreato un nuovo patto a 15, con il «meglio» di finanza e imprenditoria italiane e con il 57% del capitale Rcs in mano (e il 63% prenotato). E con un po’ di tempo si è trovato il padre editoriale e nobile: Paolo Mieli, direttore di Via Solferino per la seconda volta. Il giornalista a cui non dispiace essere rappresentato, irritando qualche suo azionista, come il «nuovo Cuccia»: il centro della mediazione dei poteri che contano in Italia. Ve lo immaginate in questo scenario cosa voglia dire l’ingresso di un signore liquido come pochi, con una fidanzata troppo bella per essere presentata, e con la riga in mezzo a una fluente chioma corvina? Il finimondo. In Borsa la Rizzoli vale oggi quanto Espresso-Repubblica e Mondadori insieme. Nel chiacchiericcio del Rigolo (il ristorante a due passi dal Corsera) si cerca il mandante di Ricucci. Il primo a essere sospettato è stato Silvio Berlusconi. Un po’ sporca davvero. Una scalata al primo giornale italiano a pochi mesi delle elezioni è difficile da accreditare. Anzi, fa notare qualche osservatore più scaltro, un Corriere governato da un patto indebolito non può che far gioco al Cavaliere.
Se non è a destra è a sinistra, devono invece aver pensato al Boecc (a due passi questa volta da Mediobanca). Ricucci, per alcuni, diventa dunque il cavallo di Troia di Massimo D’Alema. Per altri la testa di ponte del banchiere bresciano e prodiano, Gianni Bazoli (a proposito qualcuno se li immagina davvero Bazoli e Ricucci insieme allo stesso tavolo?), seccato dalla scelta di un direttore del Corriere a lui non del tutto congeniale. Evidentemente un pezzo di verità e un tentativo di portare a casa una briciola dell’operazione esiste su tutti i fronti. I collegamenti e gli intrecci tra capitale e politica nel piccolo stagno degli affari italiani non mancheranno mai.
La vicenda Corsera sembra, piuttosto, molto più interna alla struttura del nostro sistema di relazioni finanziarie: in cui un gruppo di imprenditori, palazzinari, immobiliaristi e banchieri fino a ora collaterali, hanno deciso di giocare una partita nel girone di Serie A. Il caso Rcs e la scalata di Ricucci si devono così leggere in relazione alla scalata della Bipielle messa in campo da Gianpiero Fiorani sull’Antonveneta e al tentativo di resistenza del contropatto di Francesco Caltagirone all’Opa degli spagnoli su Bnl.
La forza di questo nuovo milieu non nasce solo dalla loro relativa maggiore liquidità rispetto ai concorrenti, ma anche dalle divisioni intestine del vecchio establishment. Come spiegare altrimenti il fatto che si preoccupi in maniera così scomposta della scalata di Ricucci? Se il patto di sindacato di Rcs fosse davvero solido, forte del 57% del capitale già in mano e del 63% prenotato, non dovrebbe temere assalto alcuno. Per di più il patto avrebbe la paradossale ma formidabile arma di chiedere alla Borsa di cancellare il titolo dal listino: più del 90% del capitale si trova in mani conosciute, il flottante è dunque ridotto al lumicino. In questa eventualità Ricucci e amici sarebbero messi all’angolo, con i loro acquisti a 6 euro per un titolo non più quotato.
Alle divisioni del «salotto buono» non è bastato il balsamo dei nuovi ingressi in società di imprenditori più giovani e dinamici: gli stessi per i quali si è allargato il patto di Rcs e si sono aperte le porte di Mediobanca, l’istituzione principe del salotto. Ma alle divisioni si sono al contrario sommate le conseguenze devastanti della crisi Fiat. Il Lingotto ha il 10% di Rcs. Una quota, ai prezzi stratosferici di oggi, data per venduta. La famiglia non ha intenzione di comprarsela. Il patto ha un prelazione che spalma sui soci la quota. Ma si viene a perdere un azionista forte, frammentandolo tra azionisti che non sempre vanno d’accordo.
Nei giorni scorsi Marco Tronchetti Provera ha voluto ribadire come la quota Fiat sia destinata a rimanere all’interno del patto. Nel contempo ha ricordato come il Corriere e Mediobanca siano due istituzioni. La pista è già tracciata. E qualcuno l’ha già capito. La prossima sfida è dritta al cuore del salotto: Mediobanca e Generali.