Quei premi a Izzo, il «pentito» mostro del Circeo

Trentuno anni dopo il massacro del Circeo, quando seviziò e chiuse nel bagagliaio dell’auto le due ragazze quindicenni, Angelo Izzo è stato condannato di nuovo all’ergastolo per avere seviziato e ucciso una mamma e una figlia quattordicenne, ritrovate con le teste avvolte in sacchetti di plastica, i piedi legati e sepolte nel giardino. Non è stato invece mai incriminato, e tanto meno condannato, per essere stato utilizzato almeno due volte come «pentito» dai professionisti dell’antimafia, la prima volta per tentare di assassinare moralmente Giulio Andreotti e Salvo Lima, e la seconda volta Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.
La prima volta fu nel 1989, quando a Bologna spuntò un «pentito», tale Giuseppe Pellegriti, che accusò Salvo Lima, il proconsole siciliano di Andreotti, di essere il mandante dell’uccisione del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella. Quella volta a Palermo c’era Giovanni Falcone, che si precipitò a Bologna a interrogare Pellegriti, scoprì che il «pentito» era stato addestrato e convinto ad accusare Lima da Angelo Izzo, che viveva in cella con lui e che, quando tornò a Palermo, invece di incriminare Lima e Andreotti, incriminò Pellegriti e Izzo per calunnia. In quella occasione Libero Mancuso, il pm di Bologna che aveva certificato il «pentimento» di Pellegriti e di Izzo e ne aveva raccolto le dichiarazioni, si dichiarò stupito e addolorato: «Angelo Izzo - disse - era un uomo sempre doppio, ma io gli credevo. Mi riferisco all'ansia che si avvertiva in lui quando rispondeva alle domande di noi magistrati. Si intuiva la volontà di soddisfare chi lo interrogava, al di là di quello che lui sapeva. Era come se prevedeva quello che l’inquirente voleva sentirsi dire, e si adeguasse a questa previsione per fare contento il magistrato...». Lo stesso Falcone, processato dal Consiglio superiore della magistratura, prima di essere ucciso dalla mafia, per le accuse rivoltegli da Leoluca Orlando di nascondere le prove per non processare Andreotti, raccontò che nel carcere dove erano ristretti Pellegriti e Izzo si svolgevano degli «strani convegni», nel corso dei quali «certe persone» avevano incontrato Pellegriti: «Questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario - disse -. Leoluca Orlando ha ormai bisogno della temperatura sempre più alta. Sarà costretto a spararla ogni giorno più grossa. Per ottenere questo risultato lui e i suoi amici sono disposti a tutto. Mi fa paura...». Così il processo a Andreotti slittò di cinque anni, dopo che avevano ammazzato anche Lima e Falcone, e Luciano Violante, diventato presidente della commissione parlamentare antimafia, interrogò, prima dei magistrati, un altro «pentito» che si adeguava, Tommaso Buscetta, e pose le premesse politiche e giuridiche per il processo all’ex presidente del Consiglio.
La seconda volta fu quando un quarto «pentito», Francesco Di Carlo, raccontò che aveva accompagnato a Milano il capo di Cosa Nostra per consegnare a Silvio Berlusconi, nell’ufficio di Dell’Utri, i soldi della mafia per finanziare le televisioni della Fininvest. Di Carlo fu smentito da Cosimo Cirfeta, un boss della mafia pugliese, la Sacra corona unita, che denunciò che nel carcere in cui era rinchiuso insieme a Di Carlo, questi si incontrava a pranzo e a cena con gli altri «pentiti» e concordava con loro le accuse da rivolgere a Berlusconi e a Dell'Utri, e tutti insieme avevano cercato di convincere lui stesso ad associarsi alle accuse: «Mi hanno fatto questa proposta, che io dovevo sostenere queste accuse nei confronti di queste persone, dovevo dire che Berlusconi e Dell'Utri erano collusi con la mafia, e che l’avevo sentito dire anche dai capi della Sacra corona unita».
Fu a quel punto che i professionisti dell’antimafia fecero intervenire di nuovo Angelo Izzo, che scrisse ai pm di Palermo che Cirfeta si era inventato tutto, che Di Carlo e gli altri «pentiti» stavano, sì, insieme nello stesso carcere, e mangiavano e bevevano insieme, ma parlavano tra di loro soltanto di calcio e delle partite trasmesse dalla tv, e che erano tutte persone serie e pulite e a modo, mentre il Cirfeta era il classico «brutto, sporco e cattivo», e girava per il carcere a piedi scalzi, e si sballava bevendo miscele di alcol e psicofarmici. I pm credettero a Izzo piuttosto che a Cirfeta, che pure aveva fatto condannare con fior di prove tutto lo stato maggiore della Sacra corona unita (28 ergastoli e centinaia di anni di carcere) e che era stato ritenuto attendibile ed elogiato in decine di sentenze. Riarrestarono Cirfeta e lo misero in isolamento e lo processarono per calunnia. Cirfeta fece lo sciopero della fame e la dottoressa del carcere scrisse al direttore denunciando «l’atteggiamento svalutativo, negativo, repressivo e persecutorio nei confronti del detenuto» e «il peggioramento delle sue già critiche e provate condizioni di sofferenza fisica e mentale».
Cirfeta fu trovato morto nella sua cella, riverso sul pavimento con accanto la bomboletta del gas del suo fornelletto, con la quale si sarebbe «suicidato» (ma non c'è ancora un’autopsia sicura e completa). A Izzo fu concesso, in premio dei suoi servizi di «pentito», la semilibertà, che gli ha consentito di tornare a stuprare e a uccidere. Girovagando e ingegnandosi nei più turpi traffici, ha incontrato la moglie e la figliola di un camorrista detenuto a Secondigliano, le ha circuite vantando le sue privilegiate «relazioni» con i magistrati, si è fatto consegnare i loro risparmi per investirli in un ristorante da gestire in società, le ha portate in una villetta isolata, le ha violantate, strangolate e seppellite. «Sono un sentimentalone - ha dichiarato dopo la lettura della sentenza di condanna - mi rifarò in Appello». Si rifarà probabilmente prestandosi ad accusare il prossimo politico perseguito ingiustamente per mafia.