Quei primi autostop nell'italica diffidenza

di Andrea Cuomo

C'è un'età per ogni innocenza. E una parola per ogni viaggio. Noi italiani - pigri - lo chiamammo autostop, quel modo di viaggiare chiedendo (e dando) un passaggio da (e a) sconosciuti per noi inconcepibile. Nessun popolo come gli abitatori di questo stivale vive la propria automobile come prolungamento della casa. E quindi ospitare un estraneo presuppone un ginepraio di diffidenze, molliche sui sedili e arbre magique difficile da districare. Infatti da noi l'autostop non ha mai conosciuto alcuna fortuna. Non a caso quella strana attività posta sulla linea di mezzeria tra libertà e illegalità, tra fiducia e paura, tra Kerouac e Fantozzi, l'abbiamo chiamata con una parola straniera un po' posticcia: inglesi e americani quella pratica la chiamano hitchhicking (roba da farsi venire un crampo alla lingua) da cui il film «de paura» The Hitcher, che non ha contribuito molto con il suo psicopatico e decisamente armato protagonista alla popolarità dei mendicanti di un passaggio.

Ma lì, con The Hitcher, siamo nei già distopici anni Ottanta. Qui invece in questa foto siamo nei mansueti primi anni Sessanta. Davvero l'età dell'innocenza motoristica. Le strade si stavano affollando di automobili, gli hippy contavano ancora gli anni alla rovescia, tutto sembrava possibile. Perfino che l'ignoto guidatore di quella ingombrante e peraltro vuota vettura si sia fermato a caricare i tre ragazzi che si vedono nella parte sinistra della foto. Siamo alla periferia Nord di Roma, l'anno - ci dice l'archivista - è il 1961. La capitale è appena uscita dalla sbornia olimpica che nessuna Raggi le ha negato, i romani non sanno che stanno vivendo un'età dell'oro che avranno decenni per rimpiangere. Il segreto della felicità, suggerisce Kurt Vonnegut, non è tanto averla quanto farci caso. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo alla nostra foto. No, tutto sommato non crediamo che l'automobilista si sia poi fermato. Guardatelo. Tutto spostato sulla sinistra della carreggiata, in spregio al codice della strada che alle nostre latitudini ci spinge a destra (e la Cassia sarà stata a doppio senso di marcia), quasi a tenersi lontano da quei tre giovani chieditori. I quali, va detto, e qui ci spostiamo alla sinistra dell'immagine, sono una ben strana compagnia. Chi ha fatto la didascalia scrive che si tratti di tre tedeschi, e chissà quanto abbia influenzato l'oscuro compilatore la tenuta vagamente tirolese del magro frontman. Che tiene il pollice della mano destra in su, nel linguaggio universale degli autostoppisti, non mostra nessun cartello, a segnalare una certa qual disposizione al casaccio, al purchessia. E soprattutto relega le due compagne dietro di sé, abiurando una delle prime regole del marketing autostoppistico: cherchez la femme, perché garanzia di maggiore igiene e di praticabili sogni erotici. I bagagli sono e vari e di dimensione modesta. Sacchi, zaini, una delle ragazze reca una specie di custodia per iPad bianco, ma è uno scherzo ottico da Ritorno al Futuro.

Che poi anche l'autostop si è ora smartfonizzato. Si chiama Blablacar, si pratica accordandosi online, pagando (ciò che ne viola la Weltanschauung) e riducendo l'agibilità avventurosa e un po' losca. Oggi l'autostop è uno spazio social qualsiasi, dove a nessuno si nega un quarto d'ora di amicizia e il viaggio è spostamento e non avventura. Ma a chi piace davvero l'avventura al giorno d'oggi?