Quei quadri «facili» che nobilitano il malloppo

Un altro tesoretto? E, ancora una volta, la curiosità morbosa per il patrimonio segreto in opere d’arte, nascoste e ben protette di questo nuovo affarista o faccendiere reso noto dallo scandalo della telefonia, Gennaro Mokbel. Mi mandano l’elenco e mi chiedono un parere, da «critico d’arte».
Torna alla memoria il «tesoro» di Tanzi: opere d’arte rapidamente tolte dalle pareti e messe in deposito, contando sulla loro natura indefinita, tra arredo e beni-rifugio. Mettendo al sicuro cento opere, Tanzi poteva sottrarre al sequestro dei beni qualche milione di euro. Tra gli investimenti più solidi ci sono quelli in opere d’arte, e non è chiaro, o definitivo, il loro valore di mercato. Ma possederle, non ha niente a che fare con la previsione o il tentativo di attirare eventuali sequestri. Onesti e disonesti, professionisti e mafiosi acquistano opere d’arte perché è naturale che i danari servano per acquistare cose belle e di sicuro e consolidato rendimento. È evidente che il primo pensiero non è eludere la giustizia o il fisco, ma dare il senso ai soldi.
Chiunque, essendosi arricchito lecitamente o illecitamente decide di acquistare ciò che ha più valore. E nulla lo ha più dell’arte. Anche l’acquisto, di più immediata soddisfazione, di una Ferrari, è motivato dalla unicità, dalla creatività, come riconoscimento del genio italiano, della sua straordinaria creatività. Allora perché dovrebbe essere strano che un uomo d’affari compri opere d’arte? Non diversamente da un notaio, da un dentista, anche il faccendiere riconosce il primato dell’arte, e se ne circonda. Anni fa, braccato e ucciso dalle forze dell’ordine nella propria casa dove stava agli arresti domiciliari, il mafioso colombiano Pablo Escobar fu celebrato come un eroe, e si scoprì che era tanto sensibile da avere la casa piena di capolavori di Picasso, Braque, Botero e altri grandi maestri della pittura del ’900. Non possiamo dire lo stesso della collezione e del gusto di Mokbel, il quale doveva essere vittima di mercanti piuttosto tradizionalisti e che hanno accondisceso alla sensibilità di Mokbel facendogli comprare artisti commerciali e facili, anzi i più facili, come Franz Borghese, Orfeo Tamburi e anche un De Chirico certamente tardo e un facile Capogrossi. Nessun autore alla moda, snob radical chic, di grande prezzo e di nessun piacere, ma presente nei salotti buoni. Mokbel e i suoi fornitori erano evidentemente estranei alla «mafia» dell’arte e si attestavano a un livello più facile, più commerciale. Dalle opere acquistate si deriva la psicologia del collezionista, conservatore e un po’ fascista e che certo non ha pensato neanche a Schifano e a Clerici come beni-rifugio. Ha pensato a ciò che gli sarebbe piaciuto nel suo salotto: e come rinunciare a una ballerina di Francesco Messina? Mokbel non voleva rinunciare a niente, aspettava di avere una casa per arredarla con artisti figurativi, piacevoli, indifferente al loro valore di mercato, generalmente medio basso (che forse giustifica la quantità).
Ma lungi dal suo pensiero (anche sbagliando) che si trattasse di un investimento o di un modo di non perdere denaro in tempo di crisi. Mokbel, come prima di lui Tanzi, e come tanti collezionisti onesti, medio e piccolo borghesi hanno semplicemente pensato di acquistare opere d’arte soprattutto per il proprio piacere, e poi nella convinzione che potessero essere un investimento affidabile. Nulla da nascondere, nulla da sottrarre al fisco e ai sequestri, immagino imprevisti. La prova di questa condizione è dalla parte della collezione non di opere d’arte ma di simboli ideologici: il busto di Mussolini e alcuni ritratti di Hitler. Questo è l’Ideale. Altra cosa è l’aspetto criminale, traffico di stupefacenti, acquisto di cose di provenienza sospetta, detenzione di armi, usurpazione di titolo. Poi c’e l’infantilismo degli status symbol: Porsche, Ferrari, gioielli, esibizione e struscio di una ostentata bella vita. Ma le opere d’arte no: quelle erano l’unico modo, come per Escobar, per tradurre il denaro, soprattutto sporco, in spirito. E non per riciclarlo, ma per dare alla frenesia del guadagno facile un senso.