Quei quattro morti non si possono usare...

Una tragedia spaventosa, quella avvenuta in una azienda di fuochi d’artificio a Castiglione in Teverina, nel Viterbese. Quattro morti e un ustionato grave, tutti appartenenti alla famiglia dei titolari. Risulta dalle testimonianze e dalla documentazione che nella Pirotecnica Cignelli erano attentamente osservate le misure di sicurezza, e che in mezzo secolo non vi si erano mai verificati incidenti. Ma è evidente che quando vengono maneggiati esplosivi il rischio esiste sempre, e che per una minima inosservanza delle cautele, o anche senza di essa, i fuochi preparati per una festa paesana possono trasformarsi in ordigni micidiali. Tali sono state le dimensioni della sciagura che sembrava ovvio servisse da spunto per riproporre il dibattito sulle «morti bianche», sulle carenze normative, sull’insufficienza delle misure di sicurezza, sul cammino della legge che la sicurezza dovrebbe migliorarla. È quanto hanno fatto i segretari locali di Cgil, Cisl e Uil, scrivendo che dall’inizio dell’anno si sono contati 105 lavoratori morti. Per poi concludere: «È una mattanza che non possiamo più accettare».
Mi sarei aspettato che questo rilievo e questo tono acceso si riverberassero nei quotidiani della sinistra italiana: quotidiani che hanno sempre insistito, con titoli a tutta pagina, sul flagello delle migliaia di «morti bianche» ogni anno nel nostro Paese: senza troppo distinguere tra i casi in cui si dovevano deplorare - chiedendo sanzioni adeguate - negligenze imprenditoriali, e i casi attribuibili, con formula generica, all’errore umano o alla fatalità. Ma della strage di Castiglione in Teverina alla stampa progressista importa poco. L’Unità si è limitata a un richiamo a una colonna, in fondo alla prima pagina. Sulla stessa linea Liberazione, di solito iraconda, che non è andata al di là d’un titolino minuscolo.
Voglio dire con franchezza che la noncuranza progressista per la strage da fuochi mi è sembrata un brutto segno. Vanno bene, vanno benissimo le accuse alla Thyssen se davvero - e i sospetti sono forti - non ha tutelato i suoi operai. Ma il rogo in cui hanno perso la vita i Cignelli (zio, nipote, e le rispettive mogli) pone anch’esso interrogativi, cui è giusto rispondere. Messa di fronte a questa tragedia, la sinistra - o almeno la stampa di sinistra - è sembrata distratta. Dando l’impressione che le morti bianche contino solo se consentono di mettere sul banco degli imputati i «padroni» sfruttatori, e siano invece riconducibili a un fait divers, una breve, se attestano che anche i «padroni» sono soggetti all’insidia degli infortuni sul lavoro, perché l’errore umano e la fatalità non fanno distinzioni di classe. Non dovrebbe farne, su questi temi, nessuno, men che meno la stampa. Salvaguardiamo le «morti bianche» dalla politica.
Mario Cervi