Quei racconti che non tornano. Santanché: mai visto Clooney

Gli avvocati del Cavaliere Niccolò Ghedini e Piero Longo: &quot;Sono totalmente infondate le notizie apparse oggi su alcuni quotidiani in relazione alle dichiarazioni di Ruby&quot;. Con queste parole Ghedini ha bollato l’inchiesta. I due legali hanno aggiunto che &quot;la stessa procura si è puntualmente espressa sull’inesistenza di indagini&quot;<br />

Milano - La Procura di Milano, di solito co­sì aggressiva con il Cavaliere, questa volta avanza con i piedi di piombo. L’avvocato Nicolò Ghedini, invece, è categorico: «Abbiamo fatto le nostre indagini, abbiamo esaminato nume­rosi testi e possiamo affermare che tutta questa storia è una colossale montatura. Al momento opportuno tireremo fuori le nostre carte». In­somma, il cubo di Ruby sembra scivo­lare fra le mani come una saponetta ad ogni tentativo di verifica. Troppi dettagli suggestivi che però non tro­vano riscontro. Nella logica e, fin do­ve è stato possibile controllare, nella realtà. Intendiamoci: nessuno vuole negare che la cubista dalla biografia confusa e tormentata abbia incontra­to il premier e che abbia appoggiato le fronde scintillanti e i frutti avvele­nati della sua narrazione su un tron­co di verità. Ma è un tronco storto.

E poi? Poi si entra in una fiction che su­pera la soglia minima della credibili­tà e pare quasi una presa in giro. Dun­que, il racconto di Ruby ci porta ad Arcore dove, come tutti sanno, im­pazza il bunga bunga. Una corte di donne, donne anche famose, anche parlamentari, anche con una carrie­ra importante nel mondo dello spet­tacolo, circondano il Cavaliere come concubine in un harem. Sono tutte nude, le star e le starlette e le similveli­ne, nessuna tiene al proprio decoro, nemmeno di passaggio, tutte gioca­no pesantemente col sesso e col pre­sunto maschilismo del padrone di ca­sa. Lei, la cubista marocchina denun­ciata per furto, è l’unica vestita e già che c’è serve un Sanbitter a Silvio pri­ma che Silvio, premuroso, le allun­ghi pantaloncini e top bianchi. Sia­mo, come si vede, in un’atmosfera impregnata di certa letteratura latina tardo imperiale. Ma siamo anche ai confini della realtà: ma davvero pos­siamo immaginare, con tutta la perfi­dia possibile, che tutte queste signo­re abbiano buttato alle ortiche la pro­pria reputazione offrendosi ad una sorta di rituale osceno? Certo, queste istantanee sono così generiche che risulta persino diffici­le smentirle.

Il gioco vero-verosimile­falso è possibile solo davanti ai nomi e ai cognomi. Capita così anche con le rivelazioni dei pentiti di mafia: in una fantastica udienza a Milano, al­cuni collaboratori di giustizia arriva­rono ad accusare Giulio Andreotti di aver incontrato il boss della mafia ca­tanese Nitto Santapaola. «La data, di­teci la data di questo meeting », tuona­va l’avvocato Franco Coppi. E quan­do la data finalmente uscì, l’agenda di Andreotti mise a posto le chiac­chiere: quel giorno Andreotti era a colloquio con un certo Mikhail Gor­baciov. Quando Ruby ci serve, oltre al­l’analcolico, i nomi e i cognomi, va incontro a smentite senza appello. Se la prima volta ad Arcore incontra, come scrive la Repubblica , «un inte­ro catalogo del mondo femminile» e la seconda viene introdotta alle tecni­che del bunga bunga, la terza si ritro­va, addirittura, a tavola con Daniela Santanchè, George Clooney e Elisa­betta Canalis.

Insomma, la fiction in­castra frammenti del mondo berlu­sconiano dentro coreografie hol­lywoodiane. Solo che questa volta è la Santanchè a fare a pezzi il foto­gramma: «Purtroppo- spiega al Gior­nale - conosco Clooney come milio­ni di italiane solo al cinema. Non ho mai avuto la fortuna di stringergli la mano così come non ho mai visto questa Ruby». Stefania Ariosto rac­con­tava ai pm che tutti gli ospiti all’in­gresso in casa Previti dovevano bacia­re il fallo di una statua. Lei, invece, stordisce i Pm portandoli per mano ad Arcore e descrivendo le immersio­ni di dec­ine di donne nella vasca del­l’idromassaggio, le moine delle star impegnate nel bunga bunga, le surre­ali attenzioni del premier che si pre­mura di dirle più o meno queste paro­le: «Tranquilla, non riceverai avance sessuali». E poi, sempre lui, le rove­scia addosso un catalogo intero di re­gali che pare preso di peso dal baga­gliaio dell’auto di un ricettatore: oro­logi Rolex, gioielli Bulgari e Dolce& Gabbana, cristalli Swarovski, quan­t’altro.

Decine, forse centinaia di omaggi, per tre incontri tre, fra l’altro senza nemmeno concludere? È un problema di dosaggio, di proporzio­ni, di rapporti fra ciò che c’è e quel che si sottintende. Come nel caso del­la telefonata con cui Palazzo Chigi avrebbe ordinato alla questura di Mi­lano il rilascio della ragazza. «Nes­sun privilegio o trattamento prefe­renziale », replica ora la polizia mila­nese. E lei stessa ora, se è vero quanto riportato da Tgcom , infila la retromar­cia ed elabora una versione minima­lista: «Sono stata ad Arcore una volta sola». Giù dalla giostra, fino al prossi­mo colpo di scena.