Quei «ragazzi delle colline» istigati dai movimenti religiosi

da Neve Dekalim

Li chiamano i ragazzi delle colline, arrivano dagli insediamenti più duri della Cisgiordania. Da Kiriat Arba, la colonia nei pressi di Hebron dove è sepolto con tutti gli onori Baruch Goldstein, il colono d'origine statunitense che nel 1994 massacrò 29 palestinesi in preghiera alla tomba dei patriarchi. Da Tapuah, l'insediamento dove s'era rifugiato Eden Natan Zada, il 19enne estremista di destra autore della strage su un autobus affollato di arabi israeliani. Oppure dai cosiddetti insediamenti illegali, sorti dal nulla sulle alture intorno ai territori palestinesi. Da lì scendono per distruggere gli uliveti degli arabi o, come li chiamano loro facendo di tutta un’erba un fascio, dei terroristi.
Quando il ministro della Difesa Shaul Mofaz ordinò, sulla base della Road Map, di smantellare gli insediamenti illegali e cancellarli dalla carta geografica, i ragazzi delle colline non esitarono ad attaccare polizia ed esercito. In questi giorni sono i protagonisti della difesa degli insediamenti di Gaza. Si sono infiltrati assieme a migliaia di loro coetanei all'interno delle colonie di Gush Katif e ne sono diventati gli angeli custodi. Ma per lo Shin Bet tra questi ragazzini con boccoli e treccine calate sulle guance ancora glabre si nasconde uno zoccolo duro violento e pericoloso. Una minaccia che rischia di trasformare la protesta dei coloni in scontri armati. Secondo i servizi segreti sono almeno duecento, sono pronti a lanciare molotov, ferire e se necessario anche suicidarsi. Per loro, come ripetono incessantemente, non conta la legge dello Stato, ma quella del Signore. Per loro Gaza è e deve restare terra d'Israele perché tremila anni fa, come recita la Bibbia, Abramo venne a cercarvi l'acqua e a pascolar le greggi. Molto spesso questi ragazzini, cresciuti nelle yeshiva più ideologiche, nelle scuole religiose dominate dai rabbini e dagli ideologi del fanatismo religioso, stentano a coniugare la legge del Signore con quelle dello stato civile.
Crescono in accampamenti di frontiera educati da genitori convinti che i loro figli escano temprati dalla sfida quotidiana con il nemico palestinese. Crescono affascinati dalle tesi di chi li convince che l'unica soluzione possibile per la sopravvivenza d'Israele non sia il negoziato, ma l'espulsione degli arabi in Cisgiordania ed Egitto. Per loro, affacciatisi all'adolescenza all'inizio della nuova intifada, la lotta contro i palestinesi e quella contro uno Stato traditore pronto a regalare parte dei propri territori sono la stessa missione, quella per l'edificazione del Grande Israele.
E i cattivi maestri pronti ad usarli o a spronarli non mancano. In prima fila ci sono gli attivisti del Kach, l'organizzazione estremista sopravvissuta al suo fondatore Meir Kahane, un rabbino americano assassinato nel 1990 a New York da un gruppo di fondamentalisti arabi. E tra i loro difensori i «ragazzi delle colline» contano anche numerosi parlamentari. Uno dei più noti è Uri Ariel, leader e fondatore dell'Unione Nazionale conosciuto per la sua strenua difesa delle colonie clandestine. «Non conosco - disse dopo gli scontri tra ragazzi delle colline ed esercito - alcun avamposto illegale, ma anche se ce ne fossero andrebbero considerati come la logica risposta al terrorismo palestinese».