Quei rapporti pericolosi di Strano il finiano legato ai boss catanesi

Non c’è una sola fonte d’imbarazzo per Gianfranco Fini nell’inchiesta del Ros e della Dda di Catania che ha decapitato i vertici di Cosa nostra etnea eredi del clan Santapaola. A essere indagato per mafia, infatti, non è solo il governatore siciliano Raffaele Lombardo, sostenuto da Fli e dalle forze di centrosinistra, ma anche Nino Strano, plenipotenziario del presidente della Camera in Sicilia, aspirante assessore del Lombardo quater poi «silurato» solo perché nel nuovo esecutivo regionale il governatore ha deciso dovessero entrare solo «tecnici», niente politici. Nelle carte dei pubblici ministeri dell’antimafia che sono alla base della richiesta d’arresto per 47 persone, il nome dell’ex onorevole Pdl, noto alle cronache per aver sventolato fette di mortadella all’annuncio della caduta di Prodi, viene accostato a una famiglia - i Marsiglione - considerati i reggenti del gruppo di fuoco del clan Santapaola. In particolare i magistrati evidenziano i suoi stretti legami con uno degli indagati principali dell’inchiesta, Francesco Marsiglione.
Il capitolo dove si ampio riferimento a Nino Strano lo troviamo a pagina 329 della richiesta dei pm e s’intitola «Marsiglione mantiene rapporti con politici». Sotto osservazione dei magistrati antimafia sono i frequenti rapporti tra l’arrestato e Nino Strano, senatore nella precedente legislatura, già assessore al Turismo e, come detto, ad oggi ancora in attesa di sistemazione. «Tale circostanza – scrivono i pm - risulta coerente con la posizione ricoperta dal Marsiglione all’interno dell’associazione atteso che lo stesso sin dagli anni Novanta si è occupato del settore “affaristico” dell’organizzazione».
Nelle informative del Ros è definito «peculiare» il fatto che il 25 dicembre del 2007 Nino Strano «si recava presso il carcere di Bicocca ove, utilizzando le sue facoltà di parlamentare, aveva un colloquio con il detenuto Francesco Marsiglione, posto che l’onorevole Strano è amico di Francesco Marsiglione e la facoltà data ai parlamentari di incontrare i detenuti è funzionale ad un controllo delle condizioni degli stessi e non ad un visita ai propri elettori o amici». Dopo l’incontro in carcere con il rappresentante di Fini in Sicilia, Marsiglione «nei successivi dialoghi con i propri familiari – si legge sempre nelle carte dell’accusa - faceva più volte riferimento a tale visita indicando Strano come “frati Nino”.
Che il riferimento sia all’assessore finiano e non al fratello di Marsiglione stesso, che si chiama appunto Antonio, per i pm lo si evince con chiarezza da tre circostanze rivelatrici». La prima: «Dal colloquio del 9 gennaio 2008 nel quale Marsiglione chiedeva ai propri familiari se si fossero recati da “me frati Nino”, il quale quando si era recato a Bicocca gli aveva detto che i suoi parenti potevano andare a trovarlo quando volevano, e Marsiglione non risulta avere effettuato colloqui con il proprio fratello mentre, come si è detto, Nino Strano, in data 25 dicembre 2007, effettuava un colloquio con il detenuto». Seconda: «Risulta da numerosi riferimenti a Nino e “frati Nino” con riguardo all’aspettativa di favori da parte dello stesso Francesco Marsiglione, quali, ad esempio, l’assunzione della figlia (...) presso l’(...) di Catania, la presentazione di un curriculum da parte del figlio (...), la questione relativa al trasferimento lavorativo di una non meglio identificata signora». Terzo: «Dalla proposta e dall’interesse di zio Nino per la candidatura di Danilo, figlio di Riccardo Marsiglione, come consigliere di quartiere, ipotesi avversata decisamente dall’indagato che riteneva inopportuno che un Marsiglione entrasse in politica, anche a tutela dello stesso onorevole Strano. Marsiglione Francesco - continuano i pm - riteneva preferibile la candidatura del fidanzato della figlia (...) che non portava lo stesso cognome».
Per i magistrati tanto basta per sentenziare: «Le conversazioni nelle quali il Marsiglione, dialogando con il fratello e con il figlio, parla di Nino Strano, denotano una disponibilità del politico nei confronti di tutta la famiglia Marsiglione e un interesse dello stesso politico per l’apporto che potrà ricevere in occasione di competizioni elettorali». A supporto delle loro conclusioni, i pm riportano alcune intercettazioni. Come quella in cui Francesco Marsiglione dice «quello, Nino, è venuto qua... mi ha salutato, mi ha abbracciato... dice... ma perché non vengono i tuoi, mi fai cercare... va dice... fammi cercare perché ora dice... sono qua questo periodo...»; oppure quella di Girolamo Marsiglione: «Lo zio Nino mi ha detto, giorno 22, noi ci sentiamo... mi fa che dobbiamo parlare dieci minuti...». O ancora quella dello stesso Francesco Marsiglione: «Per te papà... omissis... fatti il curriculum... senza data e senza niente... in modo che poi tu... come per dire così... c’è qualche cosa... fammi sapere cu to frati Nino comuuuu...». Per gli inquirenti si tratta dunque di un chiaro e conveniente do ut des tra il fedelissimo di Fini e i mafiosi più pericolosi di Catania: «I favori del politico in ordine alla “sistemazione” dei figli di Marsiglione hanno come contropartita la disponibilità dell’indagato e di tutta la sua famiglia in occasione della campagna elettorale anche con il reperimento di voti a favore dello stesso».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it