Quei rettori reduci del ’68

Chi sta fuori dall'università non può capire, e penserà: càspita, stavolta la Moratti l'ha fatta grossa, se si sono mobilitati in 50.000 contro il disegno di legge di riordino dell'università. A dire il vero, secondo il comunicato della Cgil, «hanno sfilato in corteo, senza incidenti di sorta, non meno di 70.000 studenti e 2000 tra docenti e ricercatori». Ai quali, c'informa l'Ansa, si sono uniti i deputati dell'Unione. Proviamo allora a far capire.
Innanzitutto - ammesso che sia un numero veritiero - 2000 sono meno del 3% dei docenti e dei ricercatori: chissà come la pensa il restante 97%. Quel che fa pensare, invece, sono i 70.000 studenti: che manifestavano a fare, degli studenti, contro il Ddl del governo? La domanda è legittima, visto che l'oggetto della contesa era un disegno di legge (ora approvato) di 6 articoli. Eccone i titoli: diritti e doveri dei professori (art. 1), sistema di valutazione dei professori (art. 2), reclutamento dei professori (art. 3), stato giuridico dei professori e dei ricercatori (art. 4), norme procedurali e disposizioni finanziarie (articoli 5 e 6). Fine della legge. Riformulo la domanda: siamo sicuri che trattavasi di studenti?
Fossimo 35 anni fa, non avrei dubbi sulla risposta: quelli che allora sfilavano nei cortei, oggi sono Rettori. Ed infatti è proprio l'assemblea dei Rettori che «esprime il più netto dissenso» verso questa legge. Le motivazioni? Eccole qua: in un proprio documento, i Rettori, dopo aver «sottolineato l'esigenza di modificare le norme che regolano l'attuale sistema di reclutamento che superi i limiti di una impostazione localistica», e dopo aver «ribadito con determinazione la richiesta dell'introduzione ormai inderogabile di un sistema di valutazione che sia nazionale» ritiene «inaccettabile» la legge appena approvata. Difficile capire la consequenzialità nel documento dell'augusta assemblea: gli articoli 2 e 3 della legge non fanno, né più né meno, che introdurre su base nazionale le valutazioni e il reclutamento dei docenti. A dire il vero, sarebbe più corretto parlare di ripristino piuttosto che di introduzione: fu Berlinguer - il peggiore ministro che l'istruzione e la ricerca abbia mai avuto - a cancellare il sistema nazionale di valutazione e reclutamento, e a introdurre quel che, chiamato «autonomia», si rivelò ben presto libero arbitrio, negli ultimi 10 anni abbondantemente esercitato (ecco perché esprimono «netto dissenso» verso la Moratti) proprio da quegli studenti da corteo di 35 anni fa.
Secondo i quali la nuova legge «contribuisce ad accentuare la "fuga dei cervelli" dal Paese». Che brutta espressione: dopo la laurea, ho trascorso 7 anni tra Germania e Stati Uniti, ma non sono né un «cervello» né mi sentivo «in fuga». Il confronto internazionale è un momento importante nella formazione di chi vuole svolgere ricerca e, dipendesse da me, lo renderei obbligatorio. Per tutto il periodo in cui sono state in vigore le norme volute da Berlinguer nessun «cervello» di - che so - Recanati, si sarebbe azzardato a muoversi, non dico dall'Italia ma neanche dal colle di Recanati, essendo lì, magari sulla panchina dietro la famosa siepe, che si decideva il suo futuro.
Le valutazioni su base nazionale ripristinate dalla Moratti, unite alla già esistente legge - anch'essa voluta da questo ministro - a favore del rientro in Italia di chi ha scelto di confrontarsi in un contesto internazionale, restituiranno, c'è da sperare, ai migliori il coraggio di affrontare quel confronto, e restituiranno al nostro sistema universitario quella dignità che quei sessantottini che oggi occupano i rettorati hanno per troppo tempo calpestato.