Quei ribelli garantisti che imbarazzano il Pd: "Basta seguire la linea delle procure anti Cav"

Ogni volta che parte un nuovo tsunami giudiziario contro il Cavaliere, i
dirigenti del Pd si ritrovano irresistibilmente sospinti a cavalcare
l’onda. Le voci fuori dal coro ci sono: "Basta inseguire la soluzione giudiziaria". Ma nessuno riesce a dirlo ad alta voce, per non irritare Repubblica o Di Pietro

Roma - È più forte di loro.

Ogni volta che parte un nuovo tsunami giudiziario contro il Cavaliere, i dirigenti del Pd - anche i più ragionevoli, quelli che fino al giorno prima giuravano che «ora basta con l’inseguimento della soluzione giudiziaria» - si ritrovano irresistibilmente sospinti a cavalcare l’onda. Nella vertiginosa speranza che sia quella buona; quella che se lo porta via e li fa finalmente tornare in gioco.

In genere va a finire che lui, il Cavaliere, di riffa o di raffa ne esce, magari ammaccato ma vivo e vegeto; e loro si ritrovano punto a capo, solo più depressi, a fare i conti col fatto che l’onda si è portata via non Berlusconi ma tutte le loro più ragionevoli, riformistiche, innovative elaborazioni politiche. E li ha fatti di nuovo finire dritti dritti nelle braccia tentacolari e avvolgenti da cui stavano faticosamente cercando di emanciparsi: partito dei magistrati, partito di Repubblica, e poi dipietrismi, grillismi, travaglismi, girotondismi, Palasharpismi e così via, fino all’ultimo sfortunato abbaglio per il finismo.

Sottrarsi all’eterodirezione del post-azionismo giustizialista e al miraggio della soluzione giudiziaria al problema Berlusconi è dura, per il centrosinistra. Ma le voci fuori dal coro ci sono, e cercano di farsi sentire anche nel Pd. Faticano, però: un personaggio del calibro e dell’autorevolezza di Luciano Violante, ex presidente della Camera e capo dei deputati Ds, e che soprattutto è stato negli anni passati il capo politico indiscusso del «partito dei giudici», oggi appare spesso come una voce nel deserto. Molti, nel Pd, condividono i suoi ripetuti moniti sulle distorsioni del rapporto tra politica e giustizia e dell’assetto del potere giudiziario, ma nessuno riesce a dirlo ad alta voce, per non irritare Repubblica o Di Pietro. La sua recente dura requisitoria sull’uso delle intercettazioni sui giornali («Cose del genere avvengono solo in Italia e in alcuni paesi del Centro e Sudamerica») e sull'«intreccio malato tra indagini e informazione» è stata accolta dal silenzio dei compagni di partito e dagli attacchi furiosi dei blog giustizialisti.

Dietro al «niet» ufficiale del Pd all’immunità parlamentare non mancano i dissensi: dagli ex Ppi di Marini all’ex Udc Follini all’ex portavoce di Prodi Silvio Sircana, che dice di sperare che cresca anche a sinistra quel «piccolo coro polifonico che riflette sulla giustizia che per tanti aspetti non funziona bene: insomma, non sempre e solo “Berlusconi versus giustizia”». Esponenti liberal come Morando e Ceccanti, e garantisti doc di nobile lignaggio come Franca Chiaromonte sono promotori di una proposta di legge pro-immunità. «Se si riuscisse a rilanciare la riforma costituzionale ed elettorale - dice Ceccanti - è naturale che andrebbero rivisti anche ruolo della magistratura e immunità parlamentare. Ma ora non si vedono le condizioni».

Senza arrivare alle provocazioni di un battitore libero come Massimo Cacciari (che tempo fa propose di fare «una legge per cui Berlusconi è impunibile: qualunque cosa faccia, qualunque televisione abbia e qualunque reato commetta. Berlusconi è intoccabile, fuori discussione: non si deve più parlare di lui») sono allergici alle soluzioni giudiziarie e allo strapotere delle procure e fermamente garantisti anche dirigenti del calibro di Sergio Chiamparino o del candidato sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Mentre il fiorentino Matteo Renzi lo dice fuori dai denti (al Giornale): «Berlusconi voglio vincerlo per quel che non fa di giorno, non per quel che fa di notte. E questa storia che inseguiamo tutti quelli che litigano con lui non ha senso».