Quei santuari che per la sinistra sono intoccabili

Fa riflettere la motivazione dell’ordinanza con cui il Tribunale del Riesame ha respinto la richiesta di scarcerazione per i 25 autonomi responsabili dei disordini dell’11 marzo scorso, «sabato del selvaggio», in corso Buenos Aires. I magistrati dicono che le devastazioni e gli incendi, le violenze e le aggressioni alle forze dell’ordine, non scaturirono da una sciagurata concatenazione, magari casuale, di azioni e reazioni, ma da una precisa volontà di quei manifestanti di colpire duro, comunque. Sì, l’azione era preordinata e questa realtà, documentata con filmati, fa scolorire anche il pretesto della manifestazione, quella «vigilanza antifascista» che avrebbe dovuto giustificare il «presidio». I giovanotti dei centri sociali volevano colpire e si erano attrezzati in maniera adeguata all’obiettivo: si erano muniti di rudimentali maschere antigas per resistere alla prevedibile risposta delle forze dell’ordine, ma non avevano trascurato gli strumenti di devastazione e di attacco, cioè le taniche di materiale infiammabile per appiccare il fuoco e i rudimentali ordigni (polvere nera e chiodi). C’è di più: la visione complessiva dei movimenti dei manifestanti ha convinto i magistrati che essi si muovevano con una precisa coordinazione militare: ognuno faceva la sua parte, sapendo quel che altri contemporaneamente avrebbero fatto.
L’ordinanza del Riesame è un macigno, nessuno può ignorarla, e ripropone il problema dei «centri sociali». Una mozione per la loro chiusura, presentata dalla Casa delle libertà, ha trovato a Palazzo Marino l’opposizione del centrosinistra. Ma c’è ancora chi può pensare e sostenere che quei centri, dopo anni di violenze sistematiche, possano servire a mitigare il disagio sociale e generazionale di giovani inquieti? C’è qualcuno che può affermare che disordini insensati come quelli registrati in corso Buenos Aires possano servire a far calare la tensione metropolitana? Ma la sinistra non vuole toccare i centri sociali, si rifiuta di ammettere che essi siano i «santuari» di giovani violenti che incarnano i «rivoluzionari di professione» dell’Ottocento e del Novecento. Pensano che nei centri ci siano anche idealisti, magari non violenti. Forse ci saranno pure, ma nessuno riesce a vederli, dato che gli autonomi dei «centri» si mascherano spesso con caschi e maschere antigas.