Quei savonarola di sinistra nutriti solo d’odio

Al confronto con i fanatici moralisti di oggi, Savonarola apparirebbe un ciarliero e sereno frequentatore dei salotti televisivi, non degno di un processo e tantomeno dell’impiccagione. Al rogo, invece, per bonificare la palude invereconda della politica, dovrebbero andare tutti i giustizialisti (politici, giornalisti, o magistrati che siano e i cittadini che da questi sono plagiati) nutriti solo dall’odio che, a sua volta, si ciba della salute, della faccia e della serenità altrui.
L’assalto che è stato fatto da una precisa parte politica a Bertolaso, evidentemente dell’altra parte, è prova vergognosa di come l’odio sia davvero cieco e di come il moralismo faccia perdere i confini della ragione. Sempre che di ragione, con certa gente, si possa parlare.
I soloni di sinistra quando, per caso o per forza, si parla male di un compagno, pretendono che tutti sospendano all’istante il giudizio negativo, in attesa dell’accertamento dei fatti. Intanto si infiammano nel garantire personalmente il soggetto in questione - come è successo sere fa in tv per un architetto, definito sicuramente per bene solo perché fratello di un intellettuale di sinistra - e «rimbalzano» la patata bollente trasformandola magicamente in una «mina antiuomo di destra».
Come diceva don Giussani, la morale è il rapporto che c’è tra il gesto e ciò che la coscienza sente e percepisce nel farlo. Se ci si sente di difendere, fino ad accertata e definitiva prova contraria, una persona della propria parte politica, ma non si usa l’uguale e lodevole e garantista metodo per l’avversario, la coscienza non può essere pulita. Il gesto non è morale. Le motivazioni che l’hanno suggerito sono parziali e interessate. Dunque, il rapporto tra quel gesto e la coscienza è fallimentare, tipico dei moralisti d’accatto e non espressione di validi e condivisibili principi morali.
Chi rispetta l’etica, non può sistematicamente proteggere i suoi e condannare gli altri, coltivando semplici sospetti. Questo è un comportamento anche un po’ mafioso.
Ora, grazie al malcostume pre–processuale e processuale di rendere noti intempestivamente gli atti di un’inchiesta, complice l’avidità di discovery dei giornalisti e dei politici, Bertolaso è già stato condannato. La sua identità, massacrata nel marasma dei sospetti. È corrotto? Non è corrotto? Non lo possiamo dire e tantomeno sapere. La Costituzione gli garantisce un giusto processo, il contraddittorio nelle sedi idonee, la verifica rigorosa degli addebiti. Intanto, finché non fosse provata con sentenza definitiva la sua presunta colpevolezza, tutti dovremmo limitarci a giudicarlo per quello che ha fatto di buono per la società, per i risultati noti e apprezzati, (De Bortoli lo definisce «un grande servitore dello Stato») e stare ad aspettare i fatti giudiziari concreti, senza voler giudicare a seconda delle parole che rimbombano dalle opposte fazioni politiche.
Da entrambe le parti vengono, infatti, solo argomenti di puro interesse parziale ed egoistico. Con l’obiettivo, ciascuno, di salvarsi o di rifarsi la faccia a scapito del poveretto di turno; che, comunque sia, subisce l’impiccagione mediatica.
E il boia deve fare più orrore del criminale.
È inaccettabile, perché ingiusto, il comportamento di un giornalista che, dimentico della deontologia e dell’umanità, diventa famoso solo per essere campione al tiro di uova marce sull’indagato dell’avversa fazione politica, e ne storpia il nome, tenta di fare satira sui sospetti, costruisce penose parabole; così come lo è quello del rappresentante di partito che suggerisce dimissioni agli avversari, mai imposte a compagni traffichini. Per non dire dei tribuni del popolo, che tuonano sermoni apocalittici, in nome di un’Italia che non appartiene loro se non in una ridicola percentuale.
I valori collettivi così sono al collasso, stiamo andando davvero alla rovina in una landa desolata del diritto e dei diritti, dove non esiste più il codice del bene e del male. Impera, appunto, il moralismo funzionale ai propri interessi. Obiettivamente incoerente.
Infatti, per esempio, anziché avere pietà di Morgan, e suggerirgli un metodo per la sua rieducazione psicofisica, lo si punisce chiudendolo in camera, in castigo, durante la festa. Ma, nello stesso tempo, non si approfondisce quanti altri invitati alla festa di Sanremo siano nelle sue identiche condizioni. Anzi, per di più, si acclama all’ospite speciale D’Addario, che si esibirà in un’attesa passerella (senza neppure fare una piega di fronte al significato grottesco del termine «passerella» applicato a una prostituta). Poi ci sono i tonini, i marchi, i micheli e le concite che si avventano allegramente sulle reputazioni altrui, facendone carne da macello e poi condendole con spezie di moralismo, per sfamare i cittadini di bocca buona.
Alla faccia della morale, della legge e dell’umanità. Ma anche dell’intelligenza altrui: di chi sa che il moralista, proprio perché lo è, è persona assai sospetta.