Quei segreti di famiglia che non lievitano

L’ultimo romanzo di Simonetta Agnello Hornby si apre con i festeggiamenti per i sessant’anni di Tito, imprenditore siciliano alla guida di un rinomato pastificio. Non se la passa male: ha una moglie che si lascia decadere, ma anche un’amante a portata di mano (la domestica rumena) nonché un buon numero di figli e nipoti che gli devono tutto. Con tanti bambini attorno, brindare con il vino non si può: ecco dunque l’acqua scorrere nei bicchieri, sebbene brindare con l’acqua sia di malaugurio. La sventura si concretizza subito nella persona di un nipotino cui la maestra ha assegnato un compito apparentemente innocuo: rappresentare su un foglio di quaderno la propria famiglia, dai genitori al più remoto degli atavi. Quando il piccolo chiede al nonno di procurargli qualche foto, sulla tavola cade il gelo. La festa è rovinata. A Tito l’albero genealogico duole come un arto fantasma.
«Incerta», stavolta, è la madre: il padre del festeggiato amò una donna sposata la quale, dopo il parto, si eclissò, lasciando il frutto del peccato fra le braccia del papà e di sua sorella Rachele. È la zia a contendere a Tito il ruolo di protagonista del romanzo: il giorno seguente, infatti, sbarca sull’isola un fotografo, Dante, che vorrebbe consegnare a Rachele il carteggio che ella ebbe con la madre da poco defunta, conosciuta negli anni del collegio. L’involto transita nelle mani di Tito, che lo annusa quanto basta a capire che le lettere potrebbero sconvolgergli l’esistenza. A mettere definitivamente la pulce nell’orecchio del lettore, assicurandogli che Rachele non è una noiosa zitella che ha immolato la propria vita sull’altare del fratello è il passo (per levità uno dei più riusciti) in cui la domestica le chiede chi abbia il diritto di regalare, mettiamo, dieci chili di maccheroni del pastificio. La zia tergiversa: il pastificio appartiene a tutta la famiglia. Ma incalzata ammetterà che regali di quel genere sono prerogativa solo di Tito; e di lei stessa. In altre parole, la zia è un’eminenza grigia.
Arrestiamo la narrazione, prima che il romanzo entri nella sua fase più incalzante. Boccamurata (Feltrinelli, pagg. 271, euro 15), che conclude la trilogia siciliana iniziata con La Mennulara e proseguita con La zia marchesa, è forse, dei tre titoli, il più ambizioso: per il numero dei personaggi e l’epilogo innommable, da tragedia greca. Tuttavia i dispositivi della suspense stentano ad ingranare, il personaggio di Rachele non è memorabile e soprattutto Tito avrebbe troppi anni per sentirsi un orfanello e troppi soldi per sentirsi un reietto. Certi arabescati viluppi parentali fanno pensare ad una telenovela: «Il notaio aveva detto: tua zia disse a mio cugino che si era offerta di prendersi cura del figlio illegittimo del fratello in espiazione della sua colpa verso il figlio». Certi rovelli, invece, ad una pochade: «Chi era il seduttore della zia?». Altra perla di umorismo involontario: «Si considerava vittima di un tranello della zia».
La zia... Garboli le chiamava «relazioni ambigue». Suoceri, cognati, figli illegittimi. Ne reperiva grandi quantità in Pirandello. Oggi sembrano relazioni comiche. E tuttavia la battaglia non era persa già in partenza. Si sarebbe potuto accrescere il tenore «nobile» del romanzo. Meno ricette di cucina, dispetti e rispetti di corna, querule liti domestiche. In fondo è all’amalgama di tragedia e fogliettone che va ascritto il feroce ed incantevole derisorio di Ivy Compton-Burnett.