Quei seguaci nostrani degli ayatollah

Concentrati a Napoli e a Roma, propugnano la teoria del complotto ebraico-cristiano

Massimo Introvigne

«In questi giorni stiamo assistendo a una ondata mediatica, a mezzo stampa e Tv, contro la Repubblica Islamica dell'Iran. Campagna che vede in prima fila determinati personaggi legati a doppio filo agli ambienti sionisti che pretendono di parlare a nome del popolo italiano ma esprimono solamente il pensiero neo conservatore, antislamico e razzista che viene d'oltre Atlantico. Invitiamo tutte le persone oneste e in buona fede ad esprimere la loro solidarietà al popolo iraniano». Non si tratta di un manifesto no global ma di un comunicato della redazione de Il Puro Islam, una rivista che da Napoli è fatta circolare nelle moschee italiane dove cerca di diffondere le idee degli ayatollah di Teheran. Circola anche in ambienti di estrema sinistra e di estrema destra, che spesso riprendono volentieri le tesi complottiste di questi sciiti italiani manovrati in diretta dalla diplomazia iraniana.
Le teorie del complotto circolano nei due sensi. I dimostranti contro l'ambasciata italiana a Teheran inalberavano tra l'altro ritratti di Edoardo Agnelli definito «martire e figlio dell'Islam». La delirante tesi secondo cui il figlio di Gianni Agnelli non si sarebbe suicidato, ma sarebbe stato ucciso in un complotto ebraico-cristiano, dopo essersi convertito segretamente all'islam sciita, per impedirgli di ereditare il controllo della Fiat, che sarebbe andato agli «ebrei» Elkann, non nasce in Iran, ma tra gli italiani che hanno abbracciato la Shia nella sua versione iraniana.
Gli sciiti italiani sono qualche centinaio: non pochissimi, se si calcola che i «veri» convertiti italiani all'islam sono poche migliaia e che la cifra spesso citata di diecimila include anche chi si «converte» solo formalmente per poter sposare una ragazza musulmana, «dimenticando» la conversione dopo il matrimonio. I più sono diventati sciiti partendo dalla politica: delusi dal comunismo (e alcuni dal fascismo) hanno pensato di trovare nel khomeinismo la vera rivoluzione, tanto più che la loro precedente ideologia già li predisponeva a farsi sedurre dalle sirene di un odio contro gli Stati Uniti, Israele e spesso gli ebrei in genere.
Esemplare è la traiettoria del fondatore de Il Puro Islam, il napoletano Luigi «Ammar» De Martino che dall'estremismo politico passa all'Islam nel 1983 e alla Shia nel 1984. Gli sciiti napoletani - ma c'è anche un gruppo romano, articolato nell'Associazione Islamica Iman Mahdi e nel Centro culturale islamico europeo - fanno parte di quella internazionale filo-iraniana che va sotto il nome di Associazione mondiale Ahl-al-Bait («Gente della Casa», riferito alla famiglia del Profeta). Soprattutto, è in cordiali rapporti con il movimento terrorista libanese sciita degli Hezbollah, con cui favorisce i contatti di politici italiani e di cui ricorda costantemente a chi fosse tentato di dimenticarlo il legame con l'Iran e in particolare con l'ayatollah Khamenei. Un editoriale de Il Puro Islam scrive che «non a caso la Guida dell'Hezbollah è anche la nostra guida: Seyed Ali Khamenei, il Wali Faqi dei musulmani a cui va il nostro saluto».
Non moltissimi, dunque, gli sciiti italiani: ma una piccola massa di manovra sulla cui fedeltà Khamenei e il presidente Ahmadinejad possono contare. La sua contiguità ad ambienti dell'estremismo politico permette di mettere continuamente in circolazione parole d'ordine anti-occidentali e antisemite e «teorie del complotto».