Quei silenzi delle toghe sul pm controcorrente

da Milano

Ma come: il ministro della Giustizia chiede al Csm di trasferire con urgenza il pm che indaga sul premier e svolge accertamenti sullo stesso guardasigilli e nessuno s’indigna? A parte le associazioni calabresi che preparano una manifestazione e poche voci isolate, silenzio di tomba. Non si trova un’associazione nazionale magistrati, un girotondino, un popolo di fax o di e-mail, un partito «perbene» disposto a spendere una parola. Prudenti le correnti, i cui leader sono stati cooptati al ministero con incarichi dirigenziali, come denuncia un dossier dei radicali. Solo ieri sera, dopo una lunga latitanza, Magistratura democratica ha criticato l’iniziativa di Mastella, «un attacco all’indipendente esercizio della giurisdizione». D’accordo, ma l’Anm?
Certo, de Magistris è un figlio di nessuno. Inquisitore di politici di destra e sinistra, da cui viene ricambiato con decine di interrogazioni parlamentari di fuoco. Favorevole alla separazione delle carriere nella magistratura. Contrario al sistema delle correnti togate («che operano con la logica del clan»). Eppure in altri tempi, nemmeno troppo lontani, la rimozione di un pm a opera del governo su cui indaga avrebbe scatenato un’iradiddio. Negli ultimi quindici anni, il semplice invio di ispezioni ministeriali (de Magistris ne subisce da un anno e mezzo) suscitava proteste, campagne politiche, fiaccolate e mobilitazioni. Per denunciare «l’intento persecutorio» come faceva Rifondazione a difesa del procuratore di Palmi Agostino Cordova (nel ’92, guardasigilli Martelli). O, è il caso dell’Associazione nazionale magistrati, per segnalare «l’aspetto oggettivamente intimidatorio» dell’iniziativa del ministro Conso nel ’93 nei confronti del pm Emiliano, ora sindaco ulivista di Bari.
Per non parlare delle ispezioni alla Procura di Milano impegnata nelle inchieste su Tangentopoli. Quella dell’autunno ’94 (ministro Biondi) era giudicata «anticostituzionale» dal ds Violante, «un tentativo del governo Berlusconi per legare le mani ai pm» dal verde Pecoraro Scanio, mentre l’Anm intonava il refrain dell’«oggettiva intimidazione e interferenza». Stessa musica di fronte a un’ispezione a Palermo, con l’Anm a contestare «il mondo politico preoccupato di attaccare i pm».
Non andò meglio alle ispezioni del ministro Mancuso nel ’95. «Sono un’interferenza sull’attività giudiziaria», tuonava l’Anm. «Una minaccia all’autonomia della magistratura», rincarava la dose Bertinotti. Anche la Lega Nord (al grido «Mani Pulite non è finita») solidarizzava con le toghe, partecipando con la Rete alla manifestazione davanti al tribunale di Milano.
Sfiduciato Mancuso, anche al malcapitato costituzionalista Caianiello, subentrato per pochi mesi in via Arenula, toccò di subire la censura di magistrati e Pecoraro Scanio per un’ispezione a Napoli.
Tregua durante i governi dell’Ulivo. Ma nel 2001, con il ministro Castelli, le ispezioni tornarono ciò che erano prima del ’96: «ridicole» (il ds Calvi), «anomale e gravi» (il verde Cento), «una gigantesca porcheria» (il comunista Diliberto), «inammissibili» (Anm). Infine, nel 2003, scese in campo addirittura il Csm, con un richiamo formale ai limiti delle ispezioni.
Ora silenzio. Segno che l’indipendenza della magistratura non è in pericolo. O che è definitivamente compromessa.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it