QUEI SILENZI SOTTO LA QUERCIA

Ciò che va emergendo sui conti segreti e sui depositi occulti riconducibili al duo di Unipol Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti ha tali dimensioni da poter essere difficilmente collocato nell’ambito dell’arricchimento personale. Spetta alla magistratura il compito di accertare completamente l’entità, le provenienze e le finalità di questa colossale manovra finanziaria. Un lavoro complesso che ci auguriamo venga compiuto con ragionevole rapidità e comunque in modo da non lasciar sprofondare la vicenda in polverosità procedurali. Gli interrogativi che dalla vicenda scaturiscono sono così importanti e così inquietanti da imporre a chiunque vi sia stato a qualsiasi titolo coinvolto persuasivi chiarimenti.
Nelle sue più recenti esternazioni - pronunciate con un piglio baldanzoso che in alcuni momenti appariva perfino minaccioso - il segretario dei Ds Piero Fassino invocava, anzi esigeva la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità sui 50 milioni di euro oggetto dei dubbi di Silvio Berlusconi. Aggiungendo che il suo partito è totalmente estraneo alla loro gestione. Ci associamo volentieri all’appello di Fassino per la verità.
Non ho nulla da ridire sull’onestà personale del segretario diessino: che ritengo - fino a prova contraria e con la speranza che la prova non arrivi mai - una persona specchiata. Ma dal momento che non di 50 milioni di euro si discute, ma di somme enormemente più grandi, è lecito proporre domande che non sono sospetti né insinuazioni.
La prima è molto semplice. Se Consorte non è un volgare e spregiudicato arraffatore di quattrini vaganti e di tangenti invoglianti, se la sua guida di Unipol è stata a lungo lodata come eccellente, è proprio destituito di fondamento il supporre che le riservette e riservone da lui predisposte non fossero una volgare appropriazione indebita o uno scippo? Che rispondessero cioè a un disegno più vasto?
Alla luce di queste considerazioni, che non richiedono l’intelligenza di Einstein per essere formulate, anche l’ostinazione nella scalata alla Bnl può assumere connotazioni particolari. Qualcuno potrebbe considerarla, in una fase particolarmente critica e nervosa della vita pubblica italiana e con la prospettiva di elezioni vicine, un progetto di lunga gittata, una battaglia non unicamente finanziaria e bancaria. E quando le battaglie si fanno, per usare un termine in voga, globali, la sussistenza è vitale. A pensar male si può aver ragione ma si può anche sbagliare: il pessimismo andreottiano non è legge. Tuttavia più di una perplessità rimane. Diradare le ombre che sull’operazione Unipol e in generale sugli scandali bancari incombono, è interesse di tutti, del Paese in primis.
Lo è per il centrodestra, che vede alcuni suoi esponenti citati nelle cronache dell’affaire Fiorani. Lo è egualmente - e direi ancora di più - per un centrosinistra i cui militanti - con tessera di iscrizione ai Ds scaduta poche settimane or sono - sono compromessi pesantemente.
Fassino è uomo d’onore: e non deve impermalirsi, dopo aver riconosciuto la contiguità tra i Ds e il mondo cooperativistico rosso, se gli ripetiamo l’urgenza che venga fatta piena luce su un intreccio di trame torbide. Delle quali, assicura, non sapeva niente. Così come non sa niente dei fondi segreti. Proprio perché quel suo ignorare ciò che nella amica Unipol avveniva abbia la più cristallina delle conferme, è bene che tutto, ma proprio tutto, sia spiegato.