QUEI SILENZI SUI MIRACOLI LIGURI

Leggendo i giornali (non questo Giornale), in questi giorni, fra un’intercettazione e l’altra, emerge uno spaccato di Genova deprimente. Raccontano la nostra città come una succursale della Chicago di Al Capone, solo un po’ più pericolosa.
Una città in preda a bande di malavitosi calabresi, di una cupola il cui capo occulto parrebbe essere Papa Ratzinger (a quando la pubblicazione di qualche bella intercettazione e di qualche ritrattino al vetriolo anche per lui?) e di delinquenti vari ed assortiti che pensano solo ad affossare la città.
Ecco, io penso che raccontare così Genova e la Liguria - solo così, intendo - crei guai forse peggiori di quelli delle bande di malavitosi, vere o presunte che siano. Soprattutto, raccontare così e la Liguria non costruisce nulla. Serve solo a demolire, a nascondere tutto quanto di buono si fa, a cancellare a colpi di inchiostro il lavoro della stragrande maggioranza dei genovesi e dei liguri. A negare gli straordinari risultati di tanti che, dalle piccole imprese a qualche istituzione, lavorano tanto, bene e in silenzio. E, stavolta, i pm e i giudici non c’entrano: le inchieste sono il loro lavoro. Qui si parla di informazione.
Faccio solo un esempio: in questi giorni, si è messo sotto tiro il vicepresidente della Fondazione Carige Pierluigi Vinai sulla Festa dei Giovani. Credo che la migliore risposta sia guardare la meravigliosa partecipazione dei bambini alla Fiera in questi giorni: già cinquantamila partecipanti nei primi due giorni. E moltissime realtà genovesi coinvolte, indipendentemente dal loro colore politico. O non sarà proprio qui il problema? Che la Fondazione coinvolge tutti e non solo i soliti noti?
È solo un esempio, ma pesante. In genere, la dietrologia non è nel mio Dna. Ma, a un certo punto, credo sia il caso di chiedersi: a chi giova? Chi ha interesse a demolire l’immagine della Liguria? Cosa c’è dietro un’opera che si direbbe quasi scientifica di distruzione di immagine, a cui spesso non corrispondono seguiti penali? A volte, per essere sputtanati mediaticamente (scusate il termine tecnico che è volgare, ma in italiano non c’è una parola che fotografi meglio la situazione), non serve nemmeno un’inchiesta, nè un avviso di garanzia. A volte basta una chiacchiera, un’intercettazione senza rilevanza penale che finisce sui giornali anzichè nel cestino della carta straccia, uno dei tanti propalatori di veleni che popola Genova.
L’ha detto molto bene ieri il cardinale Bagnasco, una delle poche autorità vere su cui possiamo contare. Sicuramente l’intellettuale più serio a disposizione sulla piazza: «Bisogna stare attenti alle parole che si dicono perchè si può fare molto male ad altre persone. E bisogna stare attenti anche a quelle che si scrivono, perchè anche con quelle si può fare male alle persone. Questo è il quadro ermeneutico». Straordinaria lezione di giornalismo per una città che ne ha molto bisogno. Anche se non sono certo che molti dei potenziali destinatari siano in grado di capire cosa significhi «quadro ermeneutico».