Quei silenzi sui pasticci in Sudamerica

«Il Giornale» ha denunciato subito le molte irregolarità, soprattutto in Argentina e Venezuela. Ma nessuno ha indagato

da Roma

Dovrei iniziare l’articolo scusandomi coi lettori, perché noi de Il Giornale, questa storia di voti adulterati, contraffatti e mercanteggiati a cavallo fra urne taroccate, continenti e oceani, l’abbiamo già raccontata tre volte. Ma anche la quarta serve, perché in Italia la verità si afferma solo per martellamenti progressivi: allora infatti i lettori ci credettero, ma la stampa registrò le nostre cronache con dissimulato ma percepibile scetticismo. Oggi, dopo il video di Repubblica, molti che allora preferirono non vedere aprono gli occhi, e scoprono che il nostro Parlamento appeso ai voti dei Pallaro e delle Olga Thaler sulla base di un voto sostanzialmente irregolare: quello degli italiani all’estero.
Iniziammo a curiosare su quel surreale scrutinio con una inchiesta a puntate su questa testata, nel maggio 2006, quando il risultato era ancora caldo. Partendo (apparentemente) da un dettaglio, una disputa in casa diessina sulla mancata elezione della senatrice italo-argentina Mirella Giai (una candidata ingiustamente privata del seggio) scoprimmo che in tutta la procedura c'erano infinite magagne, e che i nostri italiani all’estero erano una sorta di tribù separata, «elettori di un Dio minore». Che ci fossero molti dubbi, su quel voto, non è un mistero. Il primo a denunciarli, a onor del vero, fu l’ex ministro Mirko Tremaglia, sole ventiquattr’ore dopo lo spoglio. Ma Tremaglia era testimone «di parte» - dissero - reduce da una sconfitta personale con la sua lista, il suo dossier non arrivò sui giornali (a parte il nostro). Certo, era una «prima volta» e molto pesò l'esordio di un meccanismo mai rodato. Ma le testimonianze indicavano molto più di generiche disfunzioni organizzative. Intervistai un insospettabile, Antonio Bruzzese (sindacalista Cgil, responsabile Inca Sudamerica) che rivelò come si svolgevano la competizione in quel continente: «Il clima era tale - spiegò - che le poste del Venezuela mi offrirono 10mila tagliandi elettorali da trasformare in voti». Un'offerta che per fortuna Bruzzese rifiutò (ma di cui forse altri meno onesti approfittarono). E se non erano le poste, a mettere all'asta i cedolini, non mancavano altri sistemi. «Davvero - mi diceva ancora Bruzzese - lei non ha capito come funzionava? La metà degli aventi diritto manco sapevano di poter votare. Coi loro tagliandi si andava al seggio, e si votava direttamente». E se gli chiedevi come si potesse senza documenti di identità, rideva amaro: «Macché documenti! Lei non ha idea di cosa è successo qui» (l’intervista, sia detto per inciso, gli costò l’incarico).
Aveva ragione Bruzzese: nessun giornalista italiano sapeva cosa accadeva. Nessun quotidiano pensò che valesse la pena seguire quel voto, noi recuperammo dopo. Fu così che il Giornale con una breve inchiesta prese come bandolo della matassa quel piccolo-grande episodio: il «ribaltone» con cui la commissione elettorale aveva proclamato e detronizzato - in pochi giorni - la senatrice Mirella Giai (figura prestigiosa della comunità italiana in Venezuela). Suscitammo un putiferio riferendo il dialogo (perlomeno imbarazzante) con cui un messo di Piero Fassino, Norberto Lombardi (immortalato in un documentario commissionato, ma mai trasmesso da Sky, Hermanos de Italia) si rivolse alla neo-ex-senatrice, che denunciava il non trasparente conteggio con cui era scavallata alla posizione di prima non eletta: «Abbiamo interesse a non far muovere paglia - le diceva Natali - perché sennò ci salta tutto il baldacchino!». Solo per aver riferito questo dialogo Lombardi ha querelato chi scrive e il direttore di questo giornale (ma il testo era stenografico: se c’era illecito avrebbe dovuto auto-citarsi!). Per la cronaca: la Giai riuscì anche a provare con esempi concreti il tenore delle operazioni: 130 voti a suo nome nel seggio 619 di Caracas - ad esempio - furono spostati sul suo avversario Pollastri, mentre i 16 voti ottenuti da lui erano stati attribuiti a lei. Lo dicevano i verbali: presentò un ricorso, ma ancora oggi (ovvio...) il Senato non ha deliberato sulla pratica. L’ho incontrata anche al congresso dei Ds di Firenze: «Aspetto giustizia».
Seguendo la storia arrivammo al vero «mattatoio elettorale», il seggio estero di Castelnuovo di Porto, dove tutte le cronache narravano di uno scrutinio a dir poco surreale. Sotto garanzia di anonimato una scrutatrice, (presente quella notte) ci raccontò che il meccanismo aveva una falla pazzesca: «I tagliandi elettorali arrivavano chiusi in una busta. E i voti chiusi in un'altra, e sigillati. Se le buste con i voti fossero state sostituite in partenza, nel tragitto, o all’arrivo, nessuno di noi avrebbe potuto verificarlo, chiaro?». Ci raccontò poi che «i conti non tornavano mai», che «i presidenti alteravano i dati per pareggiare le cifre», che «nel caos i rappresentanti di lista ronzavano come mosche intorno ai mucchi di bianche e nulle». Pensammo che i magistrati e la commissione del Senato ci avrebbero chiamati il giorno dopo. Non lo fecero né gli uni né gli altri, né allora ne mai. È vero, il «baldacchino» non poteva saltare. E oggi?