Quei sogni americani finiti nella polvere di accuse infamanti

Giuseppe de Bellis

Fa sempre così, l’America: ti lancia, poi ti distrugge. Non c’è nessun altro posto dove un uomo si può sentire il re del mondo e poi l’ultimo degli animali. È successo a Mike Tyson, che ha preso a pugni chiunque gli passasse vicino e poi è stato messo al tappeto da una donna che ha raccontato al pianeta che la belva era vera, che Mike non picchiava solo sul ring, ma voleva troppo sempre, voleva tutto e lo prendeva con la violenza. L’hanno messo dentro per stupro e i benpensanti gli hanno voltato le spalle: quando picchiava e vinceva era un mito, era la speranza dei neri che arrancavano anche nel 1988 quando lui cominciò ad abbattere uno dietro l’altro gli avversari. Allora Mike non era una bestia. Era un uomo dal passato difficile che usava le mani per non essere steso dalla vita. Era comodo avere un campione da idolatrare. Era comodo avere un capro espiatorio da mettere alla berlina al primo episodio. Arrivò dopo una notte con una donna. Arrivò e Tyson era spacciato ancora prima di andare in aula: i cattivi devono essere puniti.
Il processo, la condanna, la galera. Iron Mike finì nella polvere: la montagna che massacrava di cazzotti gli altri pugili aveva sbagliato. Ha pagato. Poi, quando è uscito, mamma America l’ha riaccolto, ha raccontato la sua conversione all’Islam, s’è ripresa il figlio violento da rieducare. E allora sempre lo stesso giro perverso: il ritorno alla notorietà, il ritorno alla fama, prima di essere di nuovo additato quando scatenò una rissa al centro di New York dopo una serata malandrina. Altro veleno. Quello da cui è stato soltanto sfiorato O.J. Simpson. Un’altra star, un altro nero malvagio sospettato di aver ucciso l’ex moglie e un uomo che era con lei. L’America si divise: quella che voleva condannarlo, perché chi fugge seguito da decine di auto della polizia per le strade della California lo fa solo se è colpevole; quella che lo aveva mitizzato: il campione di football che aveva riscattato gli afroamericani ghettizzati nella Los Angeles di fine anni ’80 e inizio ’90. Alla sbarra, di fronte alla giuria popolare e al giudice, non c’era solo un uomo accusato di omicidio. C’erano due mondi diversi. E sotto, un magma che si muoveva, quello dei neri che facevano esplodere la loro rabbia. O.J. venne assolto con una sentenza che fece ridere e piangere. Venne assolto più per gli effetti che avrebbe scatenato una sua condanna che per convinzione della sua innocenza.
Assolta anche un’altra stella. Anzi, per Kobe Bryant non si è neppure arrivati a una sentenza vera. Di vero c’è stato tutto il resto: l’ennesimo capitolo dell’uomo famoso che dalle stelle si ritrova sbattuto per terra, per poi essere riabilitato immediatamente. Nero pure Kobe. Campione, anche. Stupro, l’accusa: l’incubo finì il 2 settembre 2004, quando il giudice di un tribunale del Colorado stracciò le accuse contro il gioiello dei Los Angeles Lakers. La ragazza che l’aveva portato in aula decise di rimangiarsi tutto: «Non mi ha violentata». Allora il percorso: l’altare dopo il fango. Bryant ha rinunciato a presentare un’azione legale per ottenere il risarcimento per aver affrontato un processo ingiusto. Ha rinunciato: l’America l’aveva già riempito di milioni di dollari. Il fenomeno che vince contro le calunnie vale tanto. Vale di più.