Quei soldati musulmani che giurano fedeltà a Israele e combattono gli islamisti

Il Battaglione di Ricognizione del Deserto dell'Idf è composto da beduini. La promessa sul Corano e sotto la Stella di David

Gian Micalessin

da Ha Movil (Israele)

Da una parte del lungo tavolo il nero opaco d'una dozzina di Tavor, i mitragliatori d'ordinanza dell'esercito d'Israele. Dall'altra le copertine istoriate di altrettante copie del Corano. Davanti una fila di soldati immobili, allineati, gli occhi sollevati al cielo. In alto, sul pennone, la bandiera bianca e azzurra con la Stella di David. Sotto, iscritti in un bassorilievo, i versi della prima «shura» del libro sacro dell'Islam. Le reclute escono dalla fila, raggiungono il capitano dall'altra parte del tavolo. L'ufficiale afferra un libro. La recluta vi posa il palmo destro. Il tempo d'una formula segreta, silenziosa, sussurrata tra cuore e labbra e il libro sacro cambia mano. Quella destra afferra un mitragliatore, l'impugna, lo porta al fianco. La mano sinistra avvicina il libro all'arma, lo posa prima sul grilletto, poi sulla canna, rinnova l'antica formula di un giuramento beduino recitato sull'arma e sul Corano. Poi, quando anche l'ultima recluta ha terminato, gli altoparlanti intonano l'Ha Tikva, l'inno d'Israele. Siamo a Ha Movil nel sud della Galilea. Qui un sacrario ricorda i militari musulmani e beduini caduti servendo Israele. Qui ogni anno le reclute dell'Unità 585, meglio conosciuta come Battaglione di Ricognizione del Deserto, sanciscono il loro patto di fedeltà allo Stato ebraico giurando sul libro del Profeta. Una celebrazione che sembra quasi un ossimoro delle guerre combattute da Israele contro palestinesi e vicini arabi. Una celebrazione prologo di uno scontro tra musulmani che da decenni vede protagonisti questi strani soldati di Tsahal reclutati tra i 250mila beduini d'Israele.

«La mia tribù è da sempre stata alleata d'Israele. Mio nonno era un muktar, un capo clan, ma difendeva i kibbutz e collaborava con il Palmach, le unità ebraiche attive durante il mandato britannico. Poi quando è nato lo Stato israeliano la mia famiglia ha continuato a combattere dalla stessa parte», racconta il 42enne maggiore Gadir Gay, un veterano dell'unità impegnato nella sorveglianza di quei confini con il Libano dove la milizia sciita filo iraniana di Hezbollah, cerca talvolta d'infiltrare i suoi combattenti. Anche per il 18enne Ahmed Abu Latif, uno dei giovani soldati che s'è appena guadagnato il basco viola simbolo dell'Unità 585, servire Israele è una tradizione familiare. «Siamo musulmani e in teoria saremmo esentati dal servizio militare, ma mio padre era in questa unità e io ho sempre sognato di diventare come lui. Ma non lo faccio solo per questo. Secondo me, solo facendo il militare diventi un cittadino israeliano a tutti gli effetti. Molta gente al mio villaggio mi dice ma cosa fai? Con chi stai? Quello è l'esercito d'Israele quello che ammazza i palestinesi e i musulmani... tu che ci vai a fare?. Io rispondo sempre che non è un problema perché per me questo è il mio Paese. Sono nato in Israele, vivo in Israele, lavoro in Israele. E questo è il mio esercito».

Per capire cosa fanno i militari dell'Unità beduina basta salire sul bus che riporta Ahmed Abu Latif e gli altri nuovi arrivati a Kissoufim, una delle principali basi israeliane sul lato orientale della Striscia di Gaza. Qui ogni mattina un'unità del battaglione esce, poco prima dell'alba, per verificare che Hamas o altri gruppi armati non abbiano approfittato della notte per superare le barriere. «Siamo qui per proteggere le comunità israeliane che vivono lungo questa frontiera e sventare eventuali attentati dei terroristi», spiega il 30enne maggiore Hussein Fawaz mentre distribuisce le ultime istruzioni agli uomini che si preparano a seguirlo in pattuglia lungo il perimetro della Striscia di Gaza. Ora siamo con lui a bordo di una jeep blindata incolonnata dietro un enorme Nagmachon, un corazzato anti mina da 50 tonnellate.

«Avanti, avanti... A destra... Un pochino a sinistra, attenzione... Forse ci hanno visto... Via, via veloce, vai verso le barriere... controlliamo». Nonostante i suoi 4800 chili di acciaio, kevlar e vetri antiproiettile, la «Mtd David» schizza in avanti come un gatto impaurito, sollevando nubi di sabbia e rimbalzando tra i dossi e le buche della pista. Mentre la jeep blindata divora la polvere e la radio gracchia incomprensibili ordini in ebraico, il maggiore Fawaz scambia qualche parola in arabo con l'autista, s'allaccia l'elmetto, afferra il mitragliatore Tavor e inserisce il colpo in canna. Dieci secondi dopo siamo dietro le palizzate di cemento difese da una torre e da una mitragliatrice telecomandata. Lì, duecento metri a est, corre la barriera della Striscia di Gaza. Subito dietro, prima di Abajan Al Kabir, una serie di torri tappezzate da enormi ritratti fotografici fanno da cornice alle propaggini del villaggio palestinese. «Quelle lì in fondo duecento metri oltre le recinzioni - spiega il maggiore Hussein aprendo una feritoia d'osservazione - sono le torri di Hamas. Da lì i loro cecchini si divertono a spararci addosso. I poster con cui le hanno tappezzate sono le foto degli shuhad i loro martiri, quelli che noi chiamiamo terroristi». Il maggiore Hussein è convinto di aver ben poco a spartire con i militanti armati palestinesi che combattono all'altra parte della recinzione. «Sono un musulmano praticante, ma la religione in questa faccenda conta poco. La cosa più importante per me e tutta la mia famiglia è la fiducia nello Stato d'Israele. Io ho solo 30 anni, ma prima di me otto dei miei fratelli hanno vestito questa divisa. Lo facciamo per proteggere la nazione in cui viviamo. Quelli che vengono a fare la guerra a Israele non sono dei veri musulmani. Il vero Islam insegna a essere pacifici, a comportarsi bene e ad aiutare chi ha bisogno. Loro non fanno nulla di tutto ciò. Loro sono soltanto dei terroristi. Ma l'Islam vieta di seminare il terrore. Per questo non ho nulla da spartire con loro. Per questo non ho nessun problema a dare la caccia a quei terroristi e, se necessario, a eliminarli».

L'Unità 585 è stata fondata oltre 30 anni fa ed è sempre stata impiegata per sorvegliare, oltre al perimetro della Striscia di Gaza, tutti quei confini come la frontiera libanese, la zona delle alture del Golan, i territori adiacenti al Sinai, dove si temono le infiltrazioni di nemici e terroristi islamisti. In queste zone impervie e desertiche la capacità dei beduini di osservare il terreno, studiare le impronte del nemico e inseguirlo anche a distanza di giorni fanno di questi combattenti musulmani una risorsa eccezionale. Una risorsa insostituibile anche all'interno di un esercito, come Tsahal, dove l'utilizzo di droni, telecamere termiche, sensori a infrarossi e altre sofisticate tecnologie sembrano aver sostituito l'occhio umano. Ma non sempre è così. E i primi a fartelo capire sono gli scout beduini dell'unità. «Il mio occhio legge in una semplice impronta quello che nessun drone e nessuna apparecchiatura elettronica può raccontarti spiega a Il Giornale il sergente Id Krishat una delle guide più anziane e più esperte del Battaglione -. Oggi ho 42 anni, ma ne avevo solo cinque quando mio padre e mio nonno m'insegnarono a leggere i segreti della sabbia, dei sassi e dei cespugli. Le telecamere termiche possono vedere di notte, i droni possono inseguire un nemico dall'alto, le intercettazioni possono ascoltare le sue comunicazioni. Ma solo se si muove, parla al telefono o alla radio e non raggiunge un nascondiglio. Io invece leggo la storia che ha lasciato scritta sul terreno e posso inseguirlo anche se si nasconde. Studiando le sue orme posso dirti quanti sono i suoi uomini, dove si dirige, se porta armi, zaini ed esplosivi. Guardando un arbusto calpestato posso intuire da dove arriva e dove si dirige. E alla fine lo trovo sempre. Anche se ha scavato un tunnel e s'è infilato sotto terra». Anche per Id Krishat combattere i militanti fondamentalisti non rappresenta un problema. «Siamo beduini, siamo musulmani e siamo gente semplice, ma non ci facciamo ingannare, vediamo quel che fanno. Sono estremisti, hanno perduto la strada dell'Islam e non meritano la minima considerazione. Non credo a una parola di quel che dicono, per me sono solo una minoranza violenta, senza alcun ruolo nella nostra religione».