Quei soldi spesi per il restyling degli ospedali che hanno chiuso

(...) Lui che ai tempi di Biasotti era assessore regionale alla Salute si ricorda bene gli interventi fatti per il Sant’Antonio che era diventato un po’ il fiore all’occhiello della Liguria. «Recco serviva il levante genovese. Ora invece il Golfo Paradiso è senza un presidio operativo, che significa da Nervi a Portofino più tutto l’entroterra». C’è il problema dei tagli alla sanità, bisogna ridistribuire le risorse sanitarie e risparmiare, non c’è dubbio. «Ma perché allora non alleggerire i grandi ospedali di Genova invece di chiudere i centri come Recco? Nel ponente ce ne sono parecchi: Voltri, Villa Scassi, Sestri Ponente».
«Tutti erano convinti che rimasse aperto, uno non ristruttura un ospedale, ci spende tutti quei soldi per chiuderlo dopo due anni». Paola Cassinelli è la portavoce del comitato delle «Pasionarie» nato proprio per protestare contro la chiusura del nosocomio di Recco. Dopo due scioperi della fame e una battaglia di mesi, sono riusciti ad ottenere dall’assessore Montaldo l’apertura di un centro di primo intervento ambulatoriale dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 12. «Serve per mettere i punti, piccole cose - spiega la portavoce del comitato -. Un filtro per le grandi strutture, insomma. Sta funzionando molto bene. Ora il nostro scopo è farlo restare aperto anche il sabato e la domenica e per dodici ore».
Ma la storia degli sprechi della sanità ligure non finisce qui. C’è il caso di Busalla, dell’ex ospedale Frugone, dove via Fieschi ha speso almeno quattro milioni negli ultimi tre anni per interventi che alla fine sono finiti con una serrata. Impianto elettrico e di riscaldamento, porte anti-incendio di ultima generazione. Risultato: ora viene usato come ricovero per i profughi ghanesi e nigeriani arrivati qualche giorno fa a Genova. Con lo scorno degli abitanti che si sono visti riaprire il polo sanitario solo per gli immigrati. «La collocazione presso l’ospedale Frugone di trenta profughi non può essere definitiva; è una sede provvisoria - scrive in una nota il coordinamento regionale dell’Italia dei Valori schierandosi dalla parte dei cittadini -. L’Idv continua la propria battaglia affinché la Valle Scrivia possa riavere un presidio sanitario degno di tale nome».
Altra struttura, altra storia di denaro «buttato». Questa volta siamo a Quarto, all’ex manicomio dove dal 2000 al 2004 venne fatta una ristrutturazione di tutte le aree: la residenza per anziani, quella per disabili, quella per psichiatrica per un totale di 10/11 milioni di euro. Non solo, in una palazzina venne ricavato un residence «La casa delle infermiere» destinato ai ricercatori dell’Iit. Fu Arte, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, a realizzare le opere di ristrutturazione. Ma l’istituto non arrivò e il residence non fu mai stato aperto. Anzi, adesso si pensa ad un’operazione per vendere la struttura coprendo una parte dei bilanci in rosso della Regione e i costi degli uffici di via Degola.
E l’operazione a Pegli all’ex Martinez, dove nel 2003 sono stati spesi 1,5 milioni di euro per rimettere a posto il vecchio nosocomio rendendolo funzionale per le attività ambulatoriali e dove ora se ne vogliono spendere 5 e mezzo per costruire ex novo un’altra piastra ambulatoriale proprio lì davanti? «C’è un finanziamento di 3,5 milioni più uno e mezzo per la nuova struttura: o viene usato o si perde - spiega il capogruppo regionale della Lista Biasotti, Aldo Siri che ieri ha fatto un sopralluogo -. Nel rispetto del legato testamentatario (la famiglia Martinez aveva disposto che lo storico edificio fosse destinato «a benefizio dei poveri», ndr) ho chiesto se fosse possibile la trasformazione dell’ex nosocomio in una Rsa convenzionata. Ho già presentato un’interrogazione a Montaldo per chiedere come intenda giustificare l’inutile intervento per il primo lotto e quali saranno i servizi che la nuova piastra prevista fornirà ai cittadini».