Quei teatri fantasma finiti nell’oblio

Il Teatro Porta Romana era stato costruito al numero 124 dell'omonimo corso nel 1978. Nel 1992 si era associato con il suo storico concorrente, l'Elfo, dando vita ai Teatridithalia. Nel 2002 era stato smantellato e demolito: al suo posto dovevano essere edificati uno stabile residenziale, che in effetti è stato appena realizzato, e una sala teatrale, che invece è rimasta un'ipotesi. Il progetto, approvato dieci anni fa e teoricamente ancora in fase attuativa, prevede la costruzione di una struttura interrata da circa 400 posti con ingresso dal retro del palazzo, in via Vaina. I costi dell'edificazione al rustico dovrebbero essere coperti dalla società proprietaria dell'immobile, quale scomputo degli oneri di urbanizzazione per quasi 900.000 euro; gli interni e le finiture sarebbero a carico del Comune di Milano che, accollandosi spese per quasi 2 milioni di euro, risulterebbe proprietario del teatro. Il condizionale, nel descrivere i termini di questo accordo, è d'obbligo. La scoperta durante i lavori di alcuni reperti di epoca romana ha determinato l'apertura di un cantiere archeologico lungo e infruttuoso, il cui costo è stato sostenuto dall'immobiliare e detratto dagli oneri. La cifra per l'edificazione al rustico si è così dimezzata proprio quando la disponibilità finanziaria del comune ha subito un forte ridimensionamento, come testimonia il recente taglio ai finanziamenti dei teatri cittadini. Ad aggravare la situazione sono poi le numerose cause intentate dagli inquilini degli stabili di via Vaina, che non hanno mai visto di buon occhio il cantiere su cui si affacciano i loro balconi.
Il nuovo Teatro Porta Romana era stato promesso dalla giunta Moratti al CRT, da qualche anno titolare part-time del Teatro dell'Arte in Triennale, ma di fatto confinato nella sala da 100 posti di Via Ulisse Dini, in zona Abbiategrasso. La sua mancata realizzazione non solo penalizzerebbe ulteriormente una delle realtà teatrali più significative di Milano, ma «costituirebbe anche un errore storico, impoverirebbe una zona della città che, tra Ottocento e Novecento, ha visto sorgere i più importanti palcoscenici di Milano, dal Carcano al Parenti». A parlare è Fiorenzo Grassi, fondatore nel '78 del Porta Romana e oggi direttore organizzativo dell'Elfo, che formula una proposta intrigante: «perché non inserire le spese per la costruzione del nuovo teatro tra quelle previste per l'Expo?»
Si sarebbe tentati di far valere questa formula anche per la ristrutturazione del Lirico, se lo stabile di via Larga non necessitasse di interventi urgenti, tutt'altro che procrastinabili al 2015: l'azione corrosiva dei piccioni infatti sta facendo sgretolare l'intonaco di un immobile già mal ridotto. Quella della riqualificazione del Lirico è una storia avvilente in cui si intrecciano rigidità normative, fallimenti delle aziende coinvolte, assurdi boicottaggi da parte delle istituzioni, cantieri chiusi poco dopo l'apertura. Il progetto firmato quasi dieci anni fa dall'architetto Luciano Colombo si basava su di un presupposto lungimirante: per ripagare i costi delle attività teatrali, nel giro di breve tempo non sarebbero stati sufficienti né i proventi dei biglietti né i finanziamenti pubblici. Da qui l'idea di realizzare un edificio polifunzionale che ospitasse anche un ristorante, una libreria, dei negozi che avrebbero generato introiti tali da attirare gli investitori e rendere persino superfluo l'apporto finanziario del Comune. Per il suo committente, «quel progetto resta ancora valido»: Gianmario Longoni, presidente della società che aveva vinto il bando per la riqualificazione e la gestione del teatro, è infatti deciso a rilanciare. Interpellato dal Giornale, il proprietario delle Officine Smeraldo afferma di aver trovato un nuovo partner finanziario che consentirebbe di iniziare i lavori. «Nella primavera di quest'anno il Comune ha dichiarato decaduta la convenzione con la mia società. Io però mi sono sempre rifiutato di riconsegnare le chiavi del Lirico: un gesto dal valore simbolico, con cui intendo ribadire che mi sento ancora impegnato nella risistemazione e nel rilancio del teatro. Ho appena ricevuto la disponibilità di un nuovo finanziatore: se la convenzione venisse riconfermata, il cantiere potrebbe immediatamente essere riaperto».
Un cantiere che invece non è mai stato chiuso, nonostante mille vicissitudini, è quello del Gerolamo. Lo storico teatro di piazza Beccaria, che per quasi un secolo ha ospitato gli spettacoli della compagnia marionettistica dei Fratelli Colla, dovrebbe essere completamente ristrutturato nell'arco di un anno e mezzo: questa almeno è la previsione della società immobiliare che possiede lo stabile, la Sanitaria Ceschina. Una volta terminati i lavori, il teatro dovrebbe allestire una sua stagione. Difficile, ma non impossibile, che il cartellone annoveri spettacoli dei Colla. La compagnia marionettistica può contare sull'ospitalità del Piccolo Teatro, sul suo atelier di via Montegani (una delle poche strutture teatrali interamente autofinanziata) e in futuro anche su di uno spazio nell'area ex Ansaldo, in zona Tortona. Un futuro vago, e non si sa quanto auspicato: l'area assegnata ai Colla all'interno della ex fabbrica comprende magazzini, laboratori e un museo delle marionette, ma non un sala teatrale.