Quei tecnici che adesso puntano a fare politica

RomaL’ultimo avvertimento è arrivato da Angelino Alfano, proprio alla vigilia del vertice tripartito con il premier Monti: «Ricordo che i ministri tecnici – ha sottolineato – stanno lì grazie ai nostri voti. Se qualcuno, dopo solo due mesi, anziché badare all’interesse generale si è già messo a caccia di poltrone andiamo bene».
La preoccupazione del segretario del Pdl è comprensibile: il governo tecnico è con ogni probabilità destinato a durare fino a fine legislatura, i partiti che lo appoggiano - e che l’emergenza economica obbliga sempre più a stringersi a suo sostegno - corrono il rischio di vedere via via appannato il proprio ruolo e annacquate le proprie linee, a vantaggio dei ministri che tengono in mano i dossier più importanti. Alle prossime elezioni è facile che spuntino nuovi aspiranti protagonisti, e lo conferma ad esempio un osservatore che se ne intende come l’ex direttore del Corriere Paolo Mieli: «Quasi tutti, Monti escluso, hanno già in mente di continuare la loro esperienza politica. E questo si vedrà quando si dovranno prendere decisioni impopolari, se alcuni dei ministri cercheranno di scendere a compromessi ammorbidendo le misure, avrò avuto ragione».
Pochi hanno dubbi, ad esempio, che uno come Corrado Passera difficilmente avrebbe buttato alle ortiche un ruolo (e uno stipendio) come quello che aveva in Intesa se non avesse già deciso di dedicarsi a tempo pieno alla politica. E molti hanno visto nella sua impegnativa intervistona al Corriere della sera, quella in cui prometteva «un decreto al mese» per rivoltare l’Italia come un pedalino con le liberalizzazioni, un primo manifesto d’intenti da futuro candidato premier, perfetto per una coalizione tripartita che saldi in chiave tecnocratica e moderata l’attuale maggioranza parlamentare.
Un altro ministro che scalpita molto è Andrea Riccardi, indicato a più riprese come il possibile «federatore» del fantomatico partitone cattolico che si vorrebbe far nascere da pezzi di Pdl, Terzo Polo e Pd. Il fondatore della comunità di Sant’Egidio, al centro di una rete che vede attivi la Cisl, le Acli e tanti post Dc di vari partiti, parla apertamente di una iniziativa sul «modello degasperiano», che «superi una volta per tutte gli steccati tra guelfi e ghibellini». Ma chi si intende di geografie cattoliche spiega che Riccardi non gode di molte simpatie nelle gerarchie cattoliche ortodosse, che dunque non gli affiderebbero mai eventuali nuove Dc: il «loro» ministro, nel governo Monti, è piuttosto l’ex rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi, che il cardinal Bagnasco voleva all’Istruzione (ma si è dovuto accontentare dei Beni culturali).
Peccato, aggiungono le stesse fonti, che il professore non abbia (a differenza di Riccardi) alcun tipo di carisma riconvertibile in politica. E comunque ogni rimescolamento di tale portata prevede qualche premessa necessaria: intanto l’implosione del Pdl, che allo stato non si vede ancora. E poi la rinuncia di Casini, detentore dell’unica sigla cattolica ufficiale, a tenersi il proprio partitino e a continuare ad esserne il leader. Rinuncia cui, dice chi lo conosce bene, Pier non pensa proprio.