Quei Tg che pensano negativo

Marcello D’Orta

Seguire un carro funebre (e penso a quello barocco, con dodici cavalli impennacchiati, e feretro dorato) o assistere a uno dei telegiornali Rai è quasi la stessa cosa. L’espressione «avere il morto in casa» è quanto mai appropriata. Ogni stanza nella quale è posto un televisore, diviene camera ardente; la lampada che lo illumina, un cero; il panno che lo protegge dalla polvere, sudario; accenderlo vuol dire comporre il morto, spegnerlo significa chiudergli gli occhi. Potrei continuare con i raffronti, ma mi preme porre una domanda: alla luce (alla luce dei fuochi fatui) di questa realtà, perché i conduttori dei telegiornali si ostinano a vestire in giacca e cravatta (o in tailleur) quando dovrebbero indossare la palandrana nera dei cocchieri di carri funebri?
Tra guerre nel mondo, attentati kamikaze, stupri, violenze su minori, scomparse di bambini, sequestri di persona, faide di camorra, disastri ambientali, delitti passionali, incidenti stradali, maltempo, scioperi ferroviari, immondizia urbana, cadute di aerei, carceri sovraffollate, bombe dell’Eta, influenza aviaria, agitazioni studentesche, immigrazione clandestina, abbandono di anziani e un milione di altre brutte notizie, vedere un telegiornale è come scivolare a poco a poco nella fossa.
Ora, che nel mondo vi siano guerre, attentati kamikaze, violenze su minori, scomparse di bambini, sequestri di persona, faide di camorra, disastri ambientali eccetera, chi può negarlo? E non parlarne significherebbe privare il cittadino di una delle sue libertà «sociali» primarie: la libertà di essere informato. Ma parlare solo (o soprattutto) dei guai neri è un attentato a un’altra libertà: la libertà di tirare un respiro di sollievo (e non le cuoia), la libertà di credere in un mondo che non corre verso il baratro («Abisso orrido, immenso,/ Ov’ei precipitando, il tutto oblia»), la libertà di pensare positivo. Buone notizie ci vengono da ogni parte del globo, ma i Kafka, gli Schopenhauer, i Murnau (il regista di Nosferatu) che lavorano nelle redazioni dei telegiornali Rai, le mettono da parte, o le danno il minimo risalto. Un po’ meglio va con i telegiornali Mediaset, se non fosse che anche le notizie buone vengono «sparate» finendo col somigliare un po’ alle cattive (in questo, maestro indiscusso era Enrico Mentana, che anche se doveva dire «È Natale», urlava «Buonaseramicideltg5, è Natale!!!» e ti gettava nel panico). E taccio, anzi non taccio di Emilio Fede, buon giornalista, ma che ci nausea con quel suo teatrino fatto di battutine e lusinghe a insulse e caramellose «meteorine».
Il 2005 sta per concludersi, e se permettete, vorrei «concluderlo» io con qualche notizia che tiri su il morale e faccia ben sperare nel futuro. Dunque: nel mondo - incredibile ma vero - sta vincendo la pace. Due anni fa sono stati combattuti 29 conflitti, ventuno in meno del 1992. Tra il 1989 e il 2002 sono terminate circa 100 guerre (hai detto niente). L’Ira (a dispetto del nome) non è più incazzata, il 28 luglio ha annunciato la fine della lotta armata, durata trentasei anni. Scende in alcuni Paesi del mondo il consumo di stupefacenti. Il buco dell’ozono si sta lentamente «chiudendo». L’Africa dà consistenti segnali di ripresa economica. In Italia è sceso del 8,9% il consumo di sigarette, il che significa (o dovrebbe significare) meno morti per tumore. Sempre in Italia, sono state rubate undicimila auto in meno (se ne fosse stata rubata un’altra in meno, mio cugino sarebbe più contento). Aumentano il volontariato, le adozioni a distanza e le vocazioni religiose.
Potrei andare avanti, per esempio elencando tutte le promesse elettorali mantenute dal governo di centrodestra, ma poi verrei sommerso da lettere di protesta, offese, ironie e «mi faccia il piacere!» di chi non la pensa come me, e (almeno a Natale) voglio stare in pace.
Un tempo (il tempo della tv in bianco e nero) i telegiornali si sforzavano di fornire un’immagine positiva e rassicurante del Paese; anche il realismo e la crudezza di certe cronache «risultavano funzionali alla volontà politica di fornire un quadro consolatorio e ottimistico della vita nazionale e di esercitare un ruolo moralizzatore e pedagogizzante nei confronti del pubblico» (Grasso).
Oggi scoraggiare la gente, deprimerla, convincerla che tutto è male, che Satana è il Signore della Terra, sembra l’obiettivo dei nostri telegiornali.
Passare dalla sala da pranzo (dove buona parte di noi ha il televisore) alla sala di rianimazione fa ormai parte del nostro vivere (morire) quotidiano.
mardorta@libero.it