Quei timori per la sanità cattolica

Nostro inviato ad Assisi

Sarebbe profondamente sbagliato immaginare i vescovi italiani tutti allineati e coperti dietro le parole del cardinale Ruini che ormai da quattro lustri (uno come segretario e tre come presidente) dirige la Conferenza episcopale italiana. Ma sarebbe sbagliato pure immaginare che l’assemblea generale della Cei abbia assistito a divisioni o al formarsi di fazioni contrapposte. Uno dei punti più discussi, più che la devoluzione, è stata la presenza degli psicologi nei seminari.
La 55° riunione dei vescovi ha attirato su di sé un’attenzione mediatica quasi spasmodica perché negli ultimi mesi, specialmente dopo quanto accaduto con il referendum sulla fecondazione artificiale, ogni mezza parola, ogni virgola, viene vagliata con la lente della presunta ingerenza e dunque anche se Ruini avesse parlato del tempo (piuttosto inclemente) delle giornate di Assisi ci sarebbe stato chi avrebbe obbiettato per l’indebito intervento nel campo della meteorologia. Le possibili ricadute della devoluzione sul sistema della salute è stato uno dei temi toccati nel dibattito sulla presenza della Chiesa negli ospedali, sul ruolo dei cappellani e soprattutto sul futuro di quelle strutture sanitarie cattoliche che in molti casi rischiano il tracollo. In una delle relazioni presentate ai vescovi, il direttore amministrativo dell’Università cattolica, Antonio Cicchetti, aveva affermato che «bisognerà porre la massima attenzione per contrastare la formazione di 20 servizi sanitari regionali», proponendo di fissare «standard di servizio» e «meccanismi centrali di verifica e di affiancamento» per evitare squilibri. Si è trattato di una relazione tecnica, che recepiva preoccupazioni più volte espresse dalla Chiesa, indipendentemente dal colore del governo in carica, e riaffermava in concreto i principi di solidarietà, sussidiarietà. L’ottica delle relazioni, anche quelle tecniche, è stata quella di fornire strumenti per la riflessione dei vescovi e non l’occasione per prese di posizione «politiche» o di schieramento.
Per quanto riguarda l’unità del Paese, ieri Ruini ha ricordato che la Cei è sempre stata contraria a tendenze e proposte «separatiste», ma ha pure aggiunto che la legge di riforma costituzionale appena approvata non si può definire tale. È però altrettanto vero che nei vari gruppi di studio che si sono divisi i lavori, diversi vescovi hanno manifestato la loro preoccupazione per i possibili rischi che potrebbero derivare alla sanità del Sud dalla devoluzione. Ci sono stati interventi anche forti nei toni, fatti prevalentemente da prelati alla guida di diocesi meridionali, ma non solo, tutti incentrati sul tema della sanità. Non sono emerse, invece, considerazioni su altri aspetti della riforma. Nel corso della conferenza stampa, monsignor Giuseppe Merisi, neo-vescovo di Lodi, che pure non ha fama di simpatizzante della Lega, è stato attentissimo a non trasformare le preoccupazioni per il futuro in giudizi politici sul presente. In questo clima di tensione e di accuse di ingerenza, il presidente dei vescovi ha chiarito che l’auspicio di eventuali forme «di perequazione» che non portino alla diseguaglianze, non significa esprimersi in merito alla riforma costituzionale, perché alla Chiesa non compete farlo.
Altra cosa ancora, infine, sono i giudizi espressi due giorni fa dalla nota del Sir, che è un’agenzia di stampa della Cei ma i cui giudizi non possono essere attribuiti all’episcopato, anche se esprimono un sentimento diffuso nel cattolicesimo italiano.