Quei top manager diventati «bramini»

In un libriccino dell’editrice Lacrèm il profilo degli stipendi «over 300mila»

Hanno l’autista pronto e il personal trainer. Il Falcon a disposizione e la segretaria vestale che, se si ammala, sono «morti». Ma soprattutto guadagnano uno sproposito: almeno 300mila euro lordi l’anno, oltre a «bonus» (premio di fine anno) e «benefit» (macchina, affitto, telefono, ecc). Questa è la soglia. Altrimenti, niente: niente accesso, niente appartenenza alla casta dei top manager, i «nuovi bramini dell’economia».
La definizione è il titolo di pamphlet scritto da Henry Marchi e pubblicato dalla esordiente editrice torinese Lacrèm (80 pagine, 17 euro). Un caso singolare perché Marchi è lo pseudonimo «di un professionista torinese». Uno che questi bramini li conosce bene, fino a metterli a nudo nelle loro più drammatiche debolezze. Drammatiche perché l’involontaria comicità dei comportamenti (il bramino tende a essere «irriconoscente, agisce in solitudine, propugna la necessità di fare squadra, ma è il primo a evitare di farla, afferma di essere sempre occupatissimo») lascia la scena alle conseguenze dannose sulla gestione delle aziende, dell’economia. Per questo sono citati i casi di Enron, Tycon e Worldcom (bancarotta da 104 miliardi di dollari), Cirio e Parmalat. E si parla delle galeotte stock option che inducono un manager a gonfiare il valore aziendale perché da quello dipendono le sue fortune.
Il leggendario banchiere John Pierpont Morgan, racconta Marchi, sosteneva alla vigilia del crac del ’29 che «il compenso del presidente di una società non doveva mai superare quello dei suoi dipendenti, moltiplicato per venti». Peccato che nel 2004, questo multiplo, calcolato sulle prime cento imprese Usa, ha superato quota mille. Con un’accelerazione, dice Marchi, scattata solo nell’ultimo ventennio. In Italia, per esempio, solo «nel 2004 gli incassi degli ad delle 40 imprese principali sono aumentati del 20%». Richard Grasso, quest’anno, ha lasciato la Borsa di New York con 140 milioni di dollari di maxi liquidazione. Stessa cifra per James Kilts, papà della fusione Gillete-Procter&Gamble. Poca roba, in Italia, i 16,3 milioni che Davide Croff ha preso dopo aver lasciato Bnl, o gli 11 che Erg ha dato a Pierantonio Nebuloni. Il punto è che tutte queste sono cifre che, forse, nulla è in grado di giustificare.
Ma la casta è una casta, «ha o pretende il godimento di determinati diritti e privilegi», dice lo Zingarelli. Difficile controllarla perché «buona parte di quanti dovrebbero porre il problema è costituita da beneficiari di retribuzioni super». Compreso il mondo dell’informazione. I bramini sono «potenti e solidali». La casta si difende, si protegge. E si cura fino a un certo punto della pubblicità ormai obbligatoria delle retribuzioni di manager e consiglieri. I bramini perdono il velo, ma non il vizio.