Quei tori scatenati a San Siro

N on era mica come oggi, la boxe a Milano. Era più sporca e scabra, più virile, allo stesso tempo popolare e nobile, nel senso che se al guardacaccia capitava di accoppiarsi con la moglie del conte, i due uomini la risolvevano poi sul ring, e con grande lealtà (l'ultima volta che si è visto qualcosa del genere è stato quando, nel 1992, il nostro Roffredo Gaetani d'Aragona lanciò il guantone di sfida a Mickey Rourke, e c'era di mezzo Carré Otis). Guardate i boxeur dei nostri giorni, invece: sembrano modelle di Valentino in onda su Glamour Channel. Sterilizzati e depilati, pornografiche caricature di combattenti a favore di un pubblico femminile ormai aggiustatosi sugli All Blacks come paradigma di viscerale mascolinità, confermano la tesi di Marx: la storia, anche quella della boxe purtroppo, si ripete due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa.
Un'occasione per ritornare a tempi in cui sotto la Madonnina si boxava davvero - per esempio all'inizio dei Sessanta, quando in un affollatissimo stadio di San Siro Duilio Loi se le dava di santa ragione con Carlos Ortiz - potrebbe essere l'appuntamento di domani alle 21 allo Spazio Oberdan (viale Vittorio Veneto 2). Nell'ambito dell'ottava edizione della rassegna «Il cinema italiano visto da Milano», infatti, verrà proiettato in anteprima il videoclip «Boxe a Milano», tratto da una canzone del cantautore meneghino, ma di origini campane, Luigi De Crescenzo, in arte Pacifico. Nel clip gli appassionati ritroveranno, rievocato dal regista Andrea Rocchi con un'ottima fotografia in bianco e nero, il mondo della boxe milanese soprattutto dai Cinquanta ai Settanta. Come si legge nei primi fotogrammi, si tratta di un «omaggio alla Milano dei brocchi», e tale precisazione la dice lunga: «Sono vicino ai brocchi, ai perdenti - ci racconta Pacifico - e lo è anche Ottavio Tazzi, allenatore di otto campioni del mondo ma in fondo molto più affezionato a coloro che non ce l'hanno fatta. Nel videoclip c'è la sua voce. Ancora oggi va alle minuscole riunioni tra pugili dilettanti e viene accolto con affetto da tutti. Una riunione del genere l'abbiamo filmata anche alla palestra Ursus, montandola poi insieme ad altri materiali di repertorio che la Cineteca ci ha fornito. Tra questi, c'erano anche sopralluoghi che alcuni registi facevano in città, per trovare le location adatte dove girare. Milano, il cinema e la boxe: come non ricordare Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti?». Già, e come non richiamare alla memoria i mitici incontri di pugilato che si svolgevano in città? «Sono cresciuto a Corsico, in un quartiere popolare - ricorda Pacifico - e mi alzavo alle tre di notte per seguire i combattimenti che allora venivano trasmessi in chiaro. Mi emozionai seguendo il match, nel 1982, in cui il nostro Luigi Minchillo sfidava, qualcuno diceva a rischio della vita, Thomas Hearns. Dopo quindici riprese, era ancora in piedi. Bisognerebbe fondare, se non c'è già, un fan club di Minchillo, che era semplicemente uno che resisteva, uno coriaceo. Oggi è tutto un po' più pilotato, scenografico, e sì, anche stranamente femminile. Alla Ursus ho visto molte donne in platea. Ma la paura negli sguardi di boxeur resta, almeno quella, almeno per un momento: la paura di tornare a casa col naso rotto, il labbro spaccato. Nel video, invece, volevo che tutto avesse un tono nostalgico, tipico della Milano che andava in visibilio quando un pugile come Paini, che vinceva poco, riusciva a battere l'avversario».
O della Milano che riempiva, nel '68, l'intero stadio di San Siro, dove 60mila persone andarono a vedere Alessandro Mazzinghi sfidare Kim Soo Kim, nel tentativo ostinato di riconquistare il titolo di Campione del Mondo, dopo averlo ottenuto cinque anni prima in un incontro tenutosi sempre in città, al Vigorelli. «Oggi la città continua a boxare - ci dice Pacifico - anche metaforicamente. C'è molta tensione nelle giornate, tra le persone, tra i migranti che arrivano qui, ma è una tensione che a volte vedo come costruttiva. Forse in attesa di quel ring che è l'Expo».