Quei tormenti muscolari di Shakespeare «alla russa»

L'inizio di questa nuova fatica dell'illustre Lev Dodin che per la prima volta in Italia presenta uno Shakespeare tra i meno frequentati come «Pene d'amor perdute» ricorda a noi, per antiche suggestioni di spettatori, uno degli spettacoli più importanti degli anni Settanta. E cioè quella «Dispute» montata in Francia da Patrice Chéreau che, sull'onda del recupero internazionale di Marivaux, ci portò a conoscere nei più inquietanti trasalimenti ciò che si nascondeva dietro ai versi di cristallina trasparenza di quel poeta a torto confinato nell'universo rarefatto della forma. È molto probabile che Dodin non abbia visto l'allestimento del collega francese, ma ciò paradossalmente non ha alcuna importanza.
Dato che una legge non scritta accomuna nella stessa generazione artisti di opposti emisferi che cercano all'ombra dei versi, nascosta nella magica assonanza della parola, l'idea conduttrice che l'autore disseminò con estrosa parsimonia poiché anche in «Pene d'amor perdute», come già nella «Dispute», si parla dell'educazione amorosa dei giovani. Che in Shakespeare sono tre nobili, un Re e due suoi coetanei decisi a votarsi alla castità per tre anni scordando le grazie femminili. Cui presto, com'è ovvio, cederanno ma non prima che una corte uguale e simmetrica, formata da una principessa con due dame al seguito, si vendichi dell'apparente noncuranza dei maschi facendo buon uso delle stesse armi dei contendenti.
Il risultato è, come si conviene, un continuo rimescolarsi di carte in un gioco delle parti più malizioso che spiritoso dove a stupirsi sono per primi coloro che strinsero il patto misogino per paura di cader sudditi di un sesso di cui temevano le ostilità. Un gioco destinato a chiudersi nell'amarezza della sconfitta per gli uni e per gli altri proprio quando le coppie, dopo l'ennesima disputa, stavano finalmente per congiungersi. Poiché una crudele ragion di Stato obbliga la principessa, assurta al trono dopo la morte del padre, a cingere la corona di Francia abbandonando per sempre al loro destino gli improvvidi corteggiatori. Da questo raffinato intarsio amoroso degno dei trovatori provenzali che Shakespeare trasforma nel sogno perduto di una comunione impossibile tra due modi diversi di gestire la dialettica dei sensi, Dodin ha tratto una delle sue squisite féerie.
Nello spettacolo ancora in scena oggi al Piccolo Teatro Grassi, e che ha fatto riscontrare un gran sucecsso di pubblico, vediamo solo dei grandi alberi metallici simili a sinistri silos che sbucano dall'ombra radente del fondo, scorgiamo solo delle luci misteriose che guizzano come fuochi fatui nell'oscurità, siamo ammaliati dalle prodezze ginniche dei tre giovanotti e dalla composta malignità delle fanciulle biancovestite che a tratti sembrano fate e l' attimo successivo si tramutano in streghe. Eppure da questo continuum frenetico di apparizioni che spuntano dal nulla e di azioni destinate a chiudersi nell'ampiezza di un gesto fine a se stesso proviene e si propaga la sottile impalpabile suggestione del grande teatro. Che non ha bisogno d'altro che rompere la quarta parete per costringerci a salire idealmente sul palco per partecipare alla festa alternando, come fanno questi magnifici attori, il riso al pianto e poi all'applauso.