Quei tre impavidi moschettieri che sfidano superzar Vladimir

Il Cremlino teme che il terzetto trami una rivoluzione arancione come a Kiev

Quante possibilità ha Garry Kasparov, ex campione del mondo di scacchi, di rovesciare il regime Putin? In apparenza pochissime: il presidente continua ad essere popolarissimo e dunque in grado di imporre un candidato a lui gradito alle presidenziali che si terranno nel marzo 2008. Inoltre il controllo implacabile sulla maggior parte dei media russi, vanifica la speranza dell’ex campione di scacchi di far conoscere le proprie ambizioni politiche al grande pubblico.
Il quadro, però, è più articolato. Innanzitutto perché Kasparov non è più solo: da qualche tempo è affiancato da altri due leader di spicco. Uno è considerato da Putin un traditore: Mikhail Kasyanov dal 2000 al 2004 è stato il suo stimatissimo primo ministro. Giovane, colto, brillante; si pensava potesse essere addirittura il suo delfino. Poi la rottura per ragioni che non sono mai state chiarite. Kasyanov non è popolare, ma ha molti agganci nella Mosca che conta e sa muoversi negli ambienti internazionali.
Il terzo uomo dell’alleanza anti-Putin è Eduard Limonov, leader dei «nazional-bolscevichi», che in realtà di comunista non ha nulla: è una sorta di Blair russo, che sogna di modernizzare il Paese. Carismatico e gran parlatore, sa sedurre le folle: recentemente il 70% degli ascoltatori della Radio «Eco di Mosca» si sono detti pronti a votare per il suo partito alle legislative di dicembre, ma non avendo accesso alle tv, resta poco conosciuto a livello nazionale.
In realtà i tre non sono soli. Quando nel marzo di due anni fa Garry Kasparov annunciò di voler contrastare Putin e si mise a percorrere la Russia in lungo e in largo i più lo consideravano alla stregua di un moderno Don Chisciotte. Ma da allora è cresciuto rapidamente: ha fondato dapprima il Fronte Civico Unito e poi il movimento «Un’altra Russia». Il Cremlino è persuaso che sia ispirato e finanziato dal governo americano. E infatti il Parlamento russo ha approvato, proprio l’altro ieri, una dura mozione in cui denuncia «le interferenze statunitensi nella politica interna del Paese». Da ex spia, Putin vede complotti dappertutto ed è terrorizzato dalla possibilità che Washington organizzi una protesta popolare di Mosca sul modello di Kiev. In parte ha ragione: il movimento arancione fu davvero generosamente incoraggiato dalla Casa Bianca, tramite alcune società private di Pubbliche relazioni. Ma sbaglia ritenendo che Bush abbia ancora la capacità di organizzare operazioni così sofisticate.
Nessuno sa se Kasparov sia davvero in contatto con gli Usa. Di certo l’establishment americano lo segue con molta simpatia, come dimostrano i suoi frequenti interventi nella pagina dei commenti del Wall Street Journal; ma se un piano esiste, sembra avere tempi lunghi. Ieri il Cremlino ha reagito in modo sproporzionato a una minaccia circoscritta a poche migliaia di attivisti e in tal modo ha dato prova di nervosismo e debolezza, forse anche come reazione ai proclami golpisti del miliardario in esilio Boris Berezovsky, che però si muove autonomamente. La funzione di «Un’altra Russia» e di Limonov è di disturbare il regime, non certo di rovesciarlo. Almeno per ora.

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