Quei tromboni che bloccano il cambiamento

Consumati i riti della vittoria e della sconfitta nel referendum, resta intera e pesante l'annosa questione delle riforme costituzionali. Al punto in cui siamo, però, è la maggioranza di centrosinistra, dimostratasi per l'occasione anche blocco referendario, che ha il dovere di dire chiaramente se e quali riforme dello Stato, del governo e del Parlamento vuole, come vanno affrontate, quando si faranno, e per quali motivi.
La politica e la società italiane non saranno degne di un Paese civile, moderno e sviluppato quale dovrebbe essere il nostro, se non troveranno in sé la forza per affrontare e risolvere, dopo venticinque anni di tentativi abortiti, i principali nodi dell'obsolescenza e del malfunzionamento delle istituzioni che da tutti gli orizzonti sono esplicitamente indicati.
Il centrodestra ha provato a cimentarsi con le proposte di Lorenzago che, ad avviso di chi scrive, erano talmente pasticciate da disincentivare anche l'approvazione popolare. Ma il tentativo del centrodestra, per quanto confuso, dimostrava pur sempre una prova di buona volontà riformatrice nella giusta direzione. Il centrosinistra, invece, non ha mai voluto affrontare seriamente la grande riforma se non con il mostriciattolo «Bassanini» del 2001, tenuto nascosto perfino all'elettorato referendario, che però è divenuto testo costituzionale con danno generale.
Le grandi questioni all'ordine del giorno di cui si è discusso fino alla nausea sono chiarissime. Il capo dell'esecutivo va rafforzato e sottratto all'instabilità dei ricatti parlamentari. Il decentramento federale deve servire per sgonfiare lo Stato centrale e non per un'ennesima duplicazione di ordinamenti, spese e burocrazie. Le due Camere vanno differenziate per funzioni come in tutte le liberaldemocrazie. E spetta direttamente agli elettori, e non alle camarille partitiche, la scelta del governo per un'intera legislatura. Infine, anche se non si tratta di materia costituzionale, va adottato un sistema elettorale chiaro e onesto che restituisca al cittadino la selezione dei parlamentari abrogando l'ignominia dell'attuale legge che, a ragione, è stata definita una «porcata» anche da alcuni promotori.
Tali obiettivi possono essere perseguiti con diverse formule istituzionali e attraverso differenti percorsi riformatori. D'altronde in venticinque anni si è sperimentato di tutto in Parlamento e senza successo, mentre l'unico efficace scossone istituzionale è venuto dal popolo referendario che nel 1993 provocò il passaggio dalla vecchia proporzionale al maggioritario. Qui non vogliamo continuare ad esprimere preferenze di metodo e di merito che restano inconcludenti chiacchiericci, ma solo riflettere ad alta voce sul fatto che, dopo la bocciatura referendaria, spetta al centrosinistra la responsabilità di indicare il percorso da seguire e le mete da raggiungere.
Preso atto che il premier Prodi ha dichiarato che le modifiche vanno fatte insieme da maggioranza e opposizione, e che il presidente Napolitano ha invitato ancora una volta al dialogo, non si può ignorare il dubbio se il centrosinistra sia in grado di proporre qualcosa di risolutivo. Infatti, considerate le divisioni del centrosinistra, è ben presente il timore che il trombon-coservatorismo alla Scalfaro congiunto con il paleo-immobilismo dei comunisti finisca per paralizzare le esili voci dei riformisti alla Barbera che hanno pur messo il dito sulla piaga indicando le riforme da perseguire con il consenso di tutte le forze che vogliono, a destra come a sinistra, la responsabile innovazione costituzionale.
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