Quei venti voti che spaccano il centrosinistra

A Montecitorio si è accentuata la frattura tra l’ala riformista e quella che giudica la legge un attacco alla libertà. Fassino: «Ma è bene che ci sia stato un largo consenso»

Massimiliano Scafi

da Roma

Solo venti no, più l’astensione di Marco Boato, più l’uscita dall’aula di un gruppetto di deputati della sinistra ds. È una minoranza piccola piccola, quasi una testimonianza, quella che vota contro il decreto Pisanu: soltanto venti, ma bastano per rendere ufficiale che nell’opposizione sulla sicurezza e anche sulla politica estera ci sono due linee distinte. Basta del resto sentire Franco Giordano, capogruppo di Rifondazione: «Non abbiamo condiviso l’atteggiamento prevalente dell’Unione, non abbiamo nemmeno partecipato alla trattativa con il governo, perché non condividiamo l’impianto del provvedimento. Riteniamo infatti che l’asse su cui muoversi per combattere il terrorismo sia lo Stato di diritto, le misure approvare invece contengono pericolosi attacchi alle libertà. Gli articoli sul fermo e le espulsioni rischiano di essere utilizzati per combattere il conflitto sociale». E basta, sull’altro versante, ascoltare Clemente Mastella, per capire quanto la frattura sia profonda: «In una situazione del genere serve una risposta ferma e unitaria. Dispiace che una parte dell’opposizione incontri al suo interno difficoltà per accreditarsi, almeno in questa occasione, come forza di governo. Un atteggiamento sbagliato, sul quale Romano Prodi dovrà fare presto chiarezza».
«Una giornata bipartisan», commenta soddisfatto dopo il voto Silvio Berlusconi. Ma il no di verdi, Prc, Pdci e frammenti ds rovina almeno in parte gli sforzi della sinistra riformista di varare un provvedimento «condiviso». Le discussioni in commissione, il negoziato con Berlusconi, Pisanu e Fini, il ritiro di quasi tutti gli emendamenti, gli scambi di cortesie in aula tra il premier e Violante, il tentativo, fallito, di cambiare alcuni articoli, la presentazione di un ordine del giorno in quattro punti per chiedere al ministro dell’Interno di riferire entro il 30 ottobre sui risultati del decreto, la decisione finale di votare comunque a favore del pacchetto. «Il nostro giudizio è in ogni caso positivo - spiega Luciano Violante -. Vogliamo renderlo ancora più efficace, per questo abbiamo discusso pacatamente e serenamente con il presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno sull’opportunità di correggere alcuni punti. Loro non non si sono dichiarati contrari, però, vista la pausa estiva, hanno ritenuto di approvare subito il testo e di modificarlo semmai dopo».
«Abbiamo dato una dimostrazione di coesione, unità e determinazione - dice Piero Fassino -. È un bene che ci sia stato un largo consenso. Ora ci aspettiamo che il governo metta in pratica queste misure». «Una decisione consapevole», aggiunge Francesco Rutelli, perché in certi casi «la forma è anche la sostanza» e «questa battaglia è dura e ci deve vedere uniti». Tutti insieme quindi, governo e opposizione, però con qualche piccola differenza e alcune «perplessità». «Abbiamo scelto - insiste Rutelli - di difendere in alcuni emendamenti dei diritti fondamentali, Ma certo bisogna essere coscienti che è assolutamente necessaria l’identificabilità delle persone». Ok «alle garanzie», però di fronte alle bombe «deve fare premio la necessità di agire e prevenire: smantellare le idee barbariche è compito pure della sinistra».
Una linea che non convince il Pdci. «Il pacchetto sicurezza - sostiene Armando Cossutta - contiene delle cose ovvie, altre del tutto inutili, altre ancora dannose. È un testo che è proprio impossibile votare. Il terrorismo si batte con una grande visione politica, non con delle misure di polizia». Paolo Cento, capogruppo verde, ritiene «inaccettabile la blindatura» del provvedimento. «È stata impedita una discussione seria, capace di correggere i molti limiti costituzionali sulle libertà civili e le garanzie individuali». Misure «inefficaci», secondo Alfonso Pecoraro Scanio: «Non ci sono le risorse per le forze dell’ordine per le attività investigative. Ed è pericoloso estendere all’esercito la possibilità del fermo di polizia». Contrari al decreto anche alcuni deputati della Quercia, come Antonio Soda e Katia Zanotti, che escono dall’aula al momento del voto. Niente di organizzato, spiegano, «solo una protesta individuale».