Quei volontari impegnati a salvare i cristiani assediati dagli hezbollah

Dai primi di agosto partiti gli aiuti dell’Avsi ai 5 villaggi devastati dalla guerra. Ma molti abitanti vogliono andarsene e vendere la terra agli sciiti

Gian Micalessin

da Qawzah (Libano)

Venti case semidistrutte sulla cima di una collinetta, una chiesa diventata dormitorio per soldati israeliani, i resti della guerra tutt'attorno, due italiani impegnati ad ascoltare i bisogni e le richieste di chi è rimasto. Davide Naggi, 35 anni, e Francesco Amigoni, 37, sono due volontari dell'Avsi, la prima e unica organizzazione ad aver raggiunto i villaggi cristiani nella disastrata zona di Bint Jbeil, a ridosso del confine libanese israeliano. «In questa regione ci sono cinque villaggi cristiani circondati dalla marea di Hezbollah, siamo arrivati qui subito dopo il cessate il fuoco perché questi centri rischiavano di venir abbandonati a se stessi - racconta Francesco Amigoni, da tre anni in Libano -. Gli hezbollah sono assai ben organizzati, hanno un sacco di fondi e ricevono consistenti appoggi dall'estero, ma chiaramente concentrano tutti gli aiuti sulle popolazioni sciite. I centri maroniti hanno bisogno d'aiuti per non restar tagliati fuori dalla ricostruzione».
Davide Naggi, arrivato ai primi di agosto per gestire l'emergenza della guerra dopo i lunghi anni trascorsi nel Nord Uganda e in Ruanda ha subito scoperto i rischi di un conflitto assai diverso da quelli africani. «Ero arrivato da pochi giorni, stavo controllando un nostro progetto nella zona di Junieh e all'improvviso ho visto i missili israeliani cadermi tutto attorno. Devo dire che come impatto è stato parecchio brusco». Secondo Davide il rischio più grosso in queste aree del sud è l'esodo cristiano. Molte famiglie potrebbero vendere le terre e abbandonare le zone maronite incrementando l'egemonia territoriale di Hezbollah. «Secondo i sindaci di questi cinque villaggi cristiani molte persone meno abbienti sono pronte a vender le loro terre per incassare un po' di soldi e ricominciare una nuova vita da un'altra parte, chiaramente a comprare sono sempre società o gruppi vicini a Hezbollah e quindi i villaggi cristiani si ritrovano divisi da territori non più omogenei. Per evitare questi rischi bisogna aumentare il reddito della popolazione. Qui a Qawzah siamo venuti a potenziare una serie di progetti idrici per consentire agli agricoltori di differenziare la produzione abbandonando la poco remunerativa produzione di tabacco».
A Qawzah anche l'occupazione israeliana ha lasciato conseguenze pesanti. «La chiesa era diventata l'accampamento per le truppe e la stessa fine è toccata alle abitazioni abbandonate dai loro proprietari in fuga - spiega Francesco -. Un'insegnante quando siamo arrivati ci ha chiesto di darle una mano a risistemare le case già occupate dagli israeliani. Per i militari questi erano villaggi di libanesi pronti a collaborare con Hezbollah, quindi non hanno fatto niente per risparmiare le loro abitazioni».
Ma l'intervento di Avsi mirerà secondo Davide Naggi anche a sviluppare la convivenza tra le diverse entità religiose. «Durante la guerra gli abitanti dei quattro villaggi cristiani qui sotto, Rumaich, Ainata, Ain Ebel e Debel hanno dato ospitalità a 30mila sfollati sciiti. Da altre parti i cristiani sono andati a cercar rifugio dagli sciiti più moderati. Dunque bisogna cercare di sviluppare anche i rapporti tra comunità per evitare le divisioni settarie che sono all'origine dei guai di questo Paese».
L'intervento più difficile sarà però quello rivolto a garantire la crescita e lo sviluppo di centinaia di bambini traumatizzati dai bombardamenti e dalla guerra, spiega Francesco: «L'aspetto più tremendo è che per molti bambini la guerra, la paura, le bombe sono diventati momenti normali della vita. Per questo noi dell'Avsi stiamo studiando dei programmi di assistenza sociale e psicologica per tutti i bambini dei villaggi più colpiti».