Quel bambino strappato alla mamma che lo ama troppo

Il grande filosofo spagnolo De Unamuno sosteneva che uno dei grandi mali del nostro tempo è la perdita del «sentimento tragico della vita». Quella dimensione che, al di là di ogni tecnicismo o di ogni visione pseudo-progressista o consolatoria della vita, offre risposte elementari e quasi brutali a domande essenziali sull'esistenza e sul suo senso.
Chi potrebbe sostenere, per esempio, che il bene di un bambino passa attraverso lo sradicamento del rapporto con la propria madre e l'internamento in un istituto, con un trauma irreparabile, alla luce di una sentenza emessa da presunti esperti? Eppure questa visione del mondo, che sta cercando di trasformare la vita, la scuola, la famiglia e le persone in ospiti di un gigantesco manicomio parasovietico e orwelliano, è già in atto.
La sentenza di Trento, che affida un bambino a una comunità perché la madre lo ama troppo e ha con lui un rapporto «presunto simbiotico», ne è già un sintomo realizzato.
Conosco bene, da psichiatra, quale aggressività patologica possa nascere in assistenti sociali, psicologhe o psicologi che si sentono conculcati del loro pervasivo potere, da famiglie che non intendono sottostare a una clinicizzazione «manu militari» della loro vita.
Gli strumenti della psicologia clinica e della psicopatologia, che rischia di diventare in questo modo il prototipo di una lombrosiana «scienza infelice», sono nati per offrire un aiuto paritario e negoziato a chi lo richiede, all'interno di un setting dignitosamente concordato.
Gestite da burocrati ottusi e spesso ignoranti, rischiano di diventare una specie di mazza ferrata che viene calata nel nome del supremo interesse del minore. Interesse che, io credo, difficilmente la migliore delle assistenti sociali interpreti più efficacemente e profondamente della peggiore delle madri.
Ma dietro alla pseudo neutralità della tecnica e alla finta obiettività di valutazioni pseudo scientifiche, si annida spesso una sottile e velenosa aggressività verso ciò che non si lascia smembrare, includere e divorare come sul tavolo settorio di un'autopsia cannibale.
Credo che la vicenda di Trento debba diventare la bandiera di coloro che non accettano una visione della vita che trasforma il mistero della relazione, le contraddizioni dell'amore, materno o coniugale, e la costruzione degli uomini del futuro, in un «gosplan» per apprendisti stregoni della vita, ridotta a manicomio giudiziario. Quando la misura della dignità umana, calpestata nei vecchi manicomi, fu colma, iniziò la sacrosanta rivolta anti istituzionale di Basaglia e dell'antipsichiatria. In un mondo in cui il modello manicomiale si estende alla vita, alle città, alle famiglie e a tutte le relazioni umane, la stessa ribellione nel nome della libertà e della dignità umana diventa impellente e necessaria.
L'Italia pullula di psicologi disoccupati, ma non è una buona ragione per infilarne uno dietro a ogni buco della serratura per spiare con la forza di ragioni, che sono spesso quelle del nulla, ciò che la vita, anche nei suoi aspetti più sacri come la maternità, va delicatamente costruendo.
Nella vecchia Unione Sovietica, l'alleanza tra finti psichiatri e cattivi giudici del regime rinchiudeva in manicomi siberiani i dissenzienti. Coloro che non accettavano il socialismo reale come il migliore dei mondi possibili (come accade per altro ancora oggi a Cuba) non potevano che esser considerati matti e rinchiusi in ospedali psichiatrici siberiani.
Non vogliamo che questo sia lo stesso destino riservato alla mamma di Trento e al suo bambino.