Quel banchiere prodiano che snobba i luoghi del potere e ora litiga col mercato

Alessandro Profumo, dopo 11 anni di successi in Unicredit, ora si trova il vento contro. In appena un mese la banca ha bruciato 10 miliardi e non ha convinto le Borse

Non si può dire che Alessandro Profumo sia un tipo antipatico. Anche se qualcuno in banca lo chiamava «arrogance», nelle poche occasioni in cui incontra la stampa che poi non frequenta in privato è attento, sagace, mai scorbutico. Piace assai alle donne. Ed è un uomo di grande successo, che negli ultimi sei anni ha guadagnato 32 milioni di euro. Dal 1997 fa l’amministratore delegato di Unicredit. Ed è stata una cavalcata di acquisizioni e fusioni che ha portato l’ex Credito Italiano, come ha ricordato lui stesso in una delle sue interviste al Corriere della Sera, da una capitalizzazione «di 1,7 miliardi e un rendimento sul capitale dell’1,2%, a lavorare in 22 Paesi con una capitalizzazione di 50 miliardi e un ritorno del 14%». Era il 2 settembre, un mese fa. Quello che è successo nei trenta giorni dopo è una sberla da 10 miliardi di euro (3,4 solo la settimana scorsa) che ha fatto chiudere il titolo Unicredit, venerdì in Borsa, a quota 3 euro, con una capitalizzazione ridotta a 40 miliardi. Per la prima volta in quasi 10 anni, Profumo si è trovato il vento contro. E si è scomposto. Non ha perso né flemma né fascino, ma, mentre intorno a lui la terra cominciava a bruciare, le mosse e le scelte sono apparse meno sicure. Se n’è accorta persino la Consob che, secondo quanto risulta al Giornale, non ha né gradito né capito la gestione della crisi di questi ultimi giorni. «Unicredit crea una “Siv” con asset per 1,5 miliardi», titola il Sole 24 Ore sabato 27 settembre. Traduzione: la banca di Profumo, che da mesi nega l’ipotesi di varare un aumento di capitale per far fronte alla crisi finanziaria, sta pensando di togliere dal bilancio un po’ di crediti per inserirli in un veicolo a sé stante - la «Siv» - così da liberare capitale. Peccato che si tratti di un’operazione contabile che tanto somiglia a quelle così amate delle banche Usa, tra le cause dei loro crac. Alla riapertura di Borsa del 29 il titolo cede il 10%, senza che il gruppo comunichi alcunché al mercato. Nelle stesse ore spunta una dichiarazione tranquillizzante di Profumo ai suoi dipendenti. Ma è solo nella rete Intranet del gruppo: anche qui, nessuna comunicazione al mercato e il 30 il titolo cede un altro 12%. A questo punto la Consob interviene per fare chiarezza, chiedendo un comunicato per l’1 ottobre, dove la Siv sparisce. E poi, di fatto, la Commissione salva Profumo dal tracollo, bloccando le vendite allo scoperto (1 ottobre) e fermando la speculazione. Alla sera il manager va al Tg1, a parlare agli italiani, tra i quali uno su tre è suo cliente. Ma qualcosa si è rotto. Non senza meraviglia per le stonature che molti non si sarebbero mai aspettate. Ultima quella del cda di oggi, segreto di Pulcinella, per un aumento di capitale presunto anche dal premier Berlusconi, che ne ha accennato ieri sera a Parigi.
Il manager, interista, sposato, un figlio, nato a Genova il 17 febbraio del 1957, cresciuto a Palermo e formatosi a Milano, è stato definito l’«esegeta della public company», e ha proclamato sua unica ispirazione «la stella polare della creazione di valore». Fedele alla linea, nel tempo ha platealmente preso le distanze dai luoghi dove la finanza diventa potere, per sottolineare la propria diversità e cercare di diffondere un modello diverso da quello del salotto e dell’intreccio tra politica e banchieri. Le dimissioni dal cda del Corriere, seguite dall’abbandono delle cariche in Mediobanca, dalla cessione della quota in Pirelli e infine di quella in Rcs, hanno scandito la coerenza delle sue convinzioni. Condita, nel frattempo, dalla simpatia per la sinistra, esternata stando in fila insieme alla moglie Sabina Ratti (una delle fondatrici del Pd) alle consultazioni per le primarie di Prodi.
Ecco perché ha stupito la difficoltà nel gestire con la consueta trasparenza anche i momenti difficili. Non ce ne vorrà, Profumo, ma l’asimmetria informativa di questi giorni, proprio nei confronti del «suo» mercato e della «sua» quasi public company, forse stride un po’ con la sua storia e forse non gli ha giovato. E andrà presto corretta perché il vero problema da affrontare sarà quello del 2009, ormai alle porte.