Quel bimbo rapito per umiliare il Tibet

Monaci che si «suicidano», carcere e repressione, fino a un clamoroso rapimento. Sono le mosse della Cina nella «guerra» segreta contro il Dalai Lama, in corso praticamente senza interruzioni dalla fuga del leader spirituale in India, nel 1959. L’episodio più oscuro ruota attorno alla figura del Panchen Lama, espressione traducibile come il «Grande studioso», una sorta di numero due della gerarchia buddista tibetana. Nel 1995 la polizia segreta cinese decise di rapire la persona che sulla base dell’antica tradizione, fatta di oracoli, premonizioni e segni divini, era stato indicato come Panchen Lama. Il suo nome era Gedhun Choekyi Nyima e all’epoca del rapimento era un bambino di sei anni.
Secondo il buddismo il Panchen Lama governa assieme alla suprema autorità spirituale e politica del Tibet e gioca un ruolo fondamentale nella sua successione. Per tradizione, dopo la morte del Dalai Lama, il Panchen Lama ne riconosce la reincarnazione e viceversa. Non a caso subito dopo il rapimento il regime comunista ha sostituito il piccolo di sei anni con Gyaltsen Norbu, un Panchen Lama «made in China», che secondo Pechino è il vero titolare della carica. L’obiettivo cinese è avere una carta da giocare al momento della morte dell’attuale Dalai Lama e utilizzare il Panchen Lama fantoccio per nominare il successore di Tenzin Gyatso, il leader spirituale buddista oggi in esilio.
La grande trama inizia il 14 maggio 1995, quando il Dalai Lama riconosce Choekyi Nyima come l’undicesimo Panchen Lama. È un bimbo nato in una famiglia contadina a Lhari, una cittadina del Tibet non molto distante da Lhasa, la capitale.
Una volta trapelato il nome, bimbo e famiglia vengono rapiti dai cinesi. Ancor oggi nessuno sa che fine abbiano fatto. Amnesty international ha adottato il Panchen Lama definendolo il «prigioniero politico più piccolo al mondo».
Dell’ostaggio esiste solo una fotografia, prima del rapimento, in cui si vedono le guanciotte rosse da bambino, gli occhioni neri e lo sguardo un po’ spaurito. Anche le Nazioni Unite sono intervenute per avere sue notizie, ma i cinesi hanno sempre alzato un muro.
Se è ancora vivo il bambino ha ormai superato i 18 anni. Il vice-sindaco di Lhasa, Xiao Bai, ha dichiarato che Nyima è «in buona salute e conduce una vita normale e felice. Sta studiando al liceo e i suoi voti sono buoni. Per non rovinare la sua vita e quella della famiglia, non permettiamo a nessuno di incontrarlo». In contemporanea con il rapimento, l’Ufficio affari religiosi del Partito comunista cinese scelse il suo Panchen Lama, Gyaltsen Norbu, un altro bambino di 6 anni. I tibetani, in esilio e non solo, lo chiamano «il Lama fantoccio».
Oggi ha 18 anni. Circondato da guardie del corpo ha compiuto solo tre viaggi ufficiali in Tibet, durante i quali la macchina propagandistica cinese si è messa in moto per dimostrare una calda accoglienza che ha pochi riscontri con la realtà. Nonostante i suoi santini vengono imposti dappertutto ed i commercianti siano costretti a venderli, la gran massa dei tibetani non lo riconosce. Nei monasteri, le cellule del Comitato democratico, voluto dal regime, cantano le sue lodi. Nel 2002 è apparso addirittura all’apertura del Parlamento cinese e tre anni dopo lo stesso presidente Hu Jintao è andato a fargli gli auguri per il compleanno.
I monaci tibetani resistono però alle imposizioni cinesi rischiando la vita. Nel gennaio dello scorso anno, ma la notizia è trapelata mesi dopo, due rispettati monaci di 71 anni sono stati trovati impiccati. Il «suicidio» è avvenuto nel monastero di Tashilhunpo, residenza del Panchen Lama in Tibet. Gyaltsen Tsepa Lobsang e Yangpa Locho, i due monaci anziani, erano stati consultati per il riconoscimento del vero Panchen Lama, poi rapito. Inoltre avrebbero dovuto riconoscere il prossimo Dalai Lama. Urgen Tenzin, direttore del Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia, è convinto che la morte dei monaci faccia parte «della campagna di repressione di Pechino in vista delle Olimpiadi».