Quel bimbo ritardato con un padre violento e alcolizzato

Il primo istinto omicida di Maurizio Minghella, «Mauro» per gli amici e «Travoltino della Valpolcevera» per la stampa, riguarda il patrigno. Si tratta di un uomo violento, un alcolizzato, che picchia la mamma di Maurizio e rende il piccolo appartamento popolare di via Giro del Vento un inferno. Il piccolo Minghella lo odia e sogna quotidianamente di strangolarlo con una cintura.
Una situazione familiare che contribuisce a creare un ragazzo a dir poco problematico, violento e per di più con serissime difficoltà di apprendimento. A dodici anni non è ancora riuscito a superare lo scoglio della prima elementare, ed è pericolosissimo per i propri compagni, che tenta in più occasioni di strozzare. Il suo quoziente di intelligenza è fermo a 71, quando per una persona normale dovrebbe aggirarsi intorno a 100-110.
Un altro trauma nella vita di Minghella è rappresentato dalla morte in un incidente di moto del fratello Carlo. Sconvolto, Maurizio comincia a frequentare l'obitorio per assistere alla disperazione dei parenti dei morti. Nonostante tutto questo, la facciata esterna della vita del futuro serial killer non lascia intravedere grosse turbe e perversioni. Si tratta di un giovane tutto sommato simpatico, guascone, che riscuote un buon successo tra le ragazze. Una di queste, Rosa Manfredi, di tre anni più giovane, rimane incinta. Maurizio la sposa, ma la gravidanza va male e Rosa, che già abusa di droghe e psicofarmaci, perde il bambino. Minghella assiste terrorizzato all'aborto spontaneo, avvenuto per strada, ed ecco, forse, la goccia che fa traboccare il piccolo vaso di una mente zoppicante, l'ultimo trauma del Travoltino. L'ultimo fantasma di un'infanzia e di una gioventù mai iniziate.