Quel Bossi che copiò il Cenacolo

S e il Cenacolo vinciano non fosse diventato oggetto di culto da parte di altri artisti, tanto da produrne innumerevoli copie, non si sarebbe mai potuto procedere al restauro ventennale ad opera di «Pinin» Brambilla. Dalla fine del '700 all'introduzione della fotografia, fiorirono copie disegnate o incise: Raffaello Morghen e il Gerli sono solo alcune delle firme che ripresero la Cena, tutte elencate in un volume del 1810 - all'epoca e tra collezionisti e studiosi famosissimo - Del Cenacolo di Leonardo da Vinci di Giuseppe Bossi. A sua volta pittore, letterato, protagonista del neoclassicismo accanto a Foscolo, Parini, Manzoni e Porta, autore degli statuti di Brera (nel cortile centrale dell'Accademia venne posto il suo busto), Bossi fu nome noto della cultura milanese (bustocco, visse e morì a Milano, nel 1815, e se alzate lo sguardo in via Santa Maria Valle 2, troverete il segno della sua passata presenza) ed ebbe la passione più profonda proprio per il Cenacolo. Eugenio di Beauhaurnais gliene commissionò appunto una copia e il frutto delle ricerche effettuate confluì nel testo suddetto, oggi riproposto dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Milano in una preziosa versione anastatica per le edizioni Skira. Scriveva il Bossi nelle sue memorie: «In tal Libro ho intenzione di esporre quanto mi riuscirà di trovare intorno alla storia dell'opera: poi un'analisi della composizione e alcune riflessioni sul modo di comporre di Lionardo: poi un ragguaglio esatto di tutte le copie, che di tal opera ho potuto rinvenire: poi una notizia sul sistema delle proporzioni di Lionardo, e infine la descrizione della mia copia...». Copia che andò distrutta nei bombardamenti del 1943. Ma l'artista eseguì anche dei «lucidi» delle copie della Cena affinché il mosaicista Giacomo Raffaelli potesse realizzare un mosaico a grandezza naturale, ora a Vienna. I «lucidi» invece, venduti dall'esecutore testamentario di Bossi al granduca di Weimar Carlo Augusto, furono lo spunto per una mostra e una corrispondenza, di cui venne a conoscenza Goethe e gli ispirarono addirittura un saggio (1818), «Joseph Bossi über Leonard da Vinci Abendmahl in Mayland».