Quel bravo ragazzo ossessionato dal diavolo

nostro inviato a Londra

Parlava del diavolo. Era ossessionato dal diavolo. Portava in tasca un'immagine del diavolo. In realtà, era lui stesso il diavolo. Un diavolo che forse era stato anche capace di sorridere, la mattina del 21 luglio scorso, al momento di azionare il detonatore per farsi esplodere insieme ai passeggeri che si trovavano insieme a lui su un treno della metropolitana londinese della Victoria Line tra Oxford Circus e Warren Street. Per fortuna, dal suo zainetto esplosivo uscirono soltanto un puff e un filo di fumo. Un vero peccato, invece, che prima del suo riconoscimento, Yasin Hassan Omar fosse un assoluto signor nessuno. O comunque, come succede al diavolo, era riuscito a far credere di essere «altro». Alle autorità come ai suoi vicini, contando spesso sulla superficialità dei primi e sulla dabbenaggine dei secondi. Così Yasin Hassan Omar era il perseguitato meritevole di asilo politico (anche se, a ben guardare, quando arrivò dalla Somalia, con la sorella e senza genitori, nel 1992, aveva soltanto 11 anni!) e conseguentemente anche del permesso di residenza illimitato. Era il «vulnerabile giovane adulto» (la definizione è quella letterale usata per lui dalla burocrazia britannica) cresciuto con diverse coppie di genitori affidatari e a cui i premurosi funzionari dei servizi sociali di Sua Maestà avevano concesso una casa, un rimborso parziale delle spese di affitto e un sostegno al reddito per complessive 38mila sterline in sei anni. Era l'attivissimo e pignolissimo componente del consiglio di condominio riuscito perfino a farsi rimborsare dall'amministrazione pubblica - proprio lui, inquilino moroso per 800 sterline nonostante gli aiuti statali ricevuti! - i danni per una perdita d'acqua verificatasi in un appartamento a diversi piani sopra il suo. Era il bravo ragazzo, tifoso del Manchester United, che giocava a pallone («e anche male», dice chi lo ha visto) con i bambini del quartiere. Ma era anche altro, Yasin Hassan Omar. Era il «tipo spesso collerico», che soprattutto quando ritornava dalle moschee di Finsbury Park o di Brixton rompeva le scatole a vicini e conoscenti annunciando «di voler combattere per la jihad islamica». Era «uno un po' matto» che girava sempre vestito con abiti tradizionali africani, che se la prendeva con «gli immorali» venditori di alcolici, ma che un giorno fu sorpreso mentre tentava di rubare una bottiglia di brandy. Era quello che entrando nel negozio sotto casa gestito da Alì Dursan, un emigrato turco, «diceva che noi turchi non siamo veri musulmani perché non preghiamo cinque volte al giorno come faceva lui». E che l'11 settembre 2001, sempre davanti al povero e inorridito Dursan, che avrebbe voluto buttarlo fuori dal negozio, «cominciò a esultare e a tessere le lodi di Osama Bin Laden», a suo dire «un grande uomo». «Stavo quasi per chiamare la polizia», racconta ora il bottegaio. Ma non l'ha fatto. Non l'ha fatto lui come non l'hanno fatto i vicini di casa. Che adesso hanno scoperto, con autentico orrore, di aver dormito parecchie notti in un condominio trasformato in polveriera. Per colpa loro, per la loro dabbenaggine, ma soprattutto per la negligenza e la superficialità di qualche apparentemente serissimo funzionario in bombetta al (pessimo) servizio di Sua Maestà.