Quel buon Amico troppo originale

Diffamato dal Vasari, torna a Bologna un singolare pittore del ’500

«Uomo capriccioso e di bizzarro cervello» lo bolla Giorgio Vasari nella Vita del 1568. Un imbrattatele che distribuisce lungo l’Italia «strane e bizzarre fantasie». Che dipinge con tutte e due le mani pescando i colori dalle pignatte legate alla cintura. Chiacchierone e fuori di testa. Insomma lo storico filo-fiorentino, ligio alle regole e al potere, tratta male il pittore bolognese Amico Aspertini
Per fortuna a risollevarne definitivamente le sorti arriva nel 1934 Roberto Longhi, che nell’Officina Ferrarese definisce l’artista «un vero pittore», ricordando «che gli spiriti bizzarri in tempi inquieti, rischiano d’essere i migliori pionieri». È la riabilitazione per Amico (bel nome) e per una schiera di straordinari emiliani.
Adesso arriva a Bologna la prima mostra monografica a celebrare l’artista nel bicentenario della Pinacoteca Nazionale. Sono presenti quasi tutte le opere note del pittore, circa 48, e una cinquantina di contemporanei, italiani e stranieri. Ci sono dipinti esposti per la prima volta in Italia come la Sacra Conversazione (Pala di Saint Nicolas-des-Champs) di Aspertini giunta da Parigi, qualche inedito e poi disegni, incisioni, miniature, sculture. Merito della rassegna è infatti aver riprofilato l’intera attività dell’artista in tutti i suoi complessi aspetti.
Aspertini è uno di quegli spiriti liberi di cui è costellata la storia dell’arte. Come il conterraneo Mazzolino, o i toscani Piero di Cosimo e Pontormo. Pittori eccentrici, fuori dalle regole, colti e innovativi. Figlio e fratello d’arte, Amico è uno dei più originali maestri bolognesi. Segue in pittura il suo estro, mescolando e ricucendo fonti e citazioni raccolte nel suo peregrinare lungo la penisola e traducendole in forme espressive e grottesche. I suoi modelli? I maestri nordici, come Dürer, conosciuto direttamente. E la classicità, colonne, ruderi, rilievi, sarcofagi antichi studiati minutamente a Roma, e riprodotti in taccuini. Motivi rielaborati insieme a spunti da contemporanei, assimilati in soggiorni in Toscana, Marche, Umbria, Veneto. Una bizzarra e geniale mistura.
In patria, alla corte dei Bentivoglio, lavora accanto ai più tranquilli pittori Francia e Costa. Dipinge vivaci cassoni nuziali, come i due giunti da Madrid, e minia preziosi libri d’Ore. Il suo linguaggio è inconfondibile con quelle figure dai volti buffi e slargati, i bassorilievi antichizzanti risolti in chiave moderna.
Dei primi del Cinquecento è la Pala del Tirocinio, purtroppo sciupata, che intreccia l’Adorazione del Bambino con la Sacra conversazione. È forse la prima prova pubblica di spicco, verso il 1504-1505, secondo quella parola «Tirocinium» dipinta su un cartiglio in basso. Precede di poco gli affreschi dell’Oratorio bolognese di Santa Cecilia, sosta obbligata di un itinerario nella città, in occasione della mostra.
Nel 1506 Aspertini vive sulla sua pelle il dramma della caduta dei Bentivoglio, cacciati dalle truppe di Giulio II. Costretto a fuggire, ripara nella repubblica di Lucca, dove ottiene la cittadinanza nel 1508 e lavora a tavole e a uno straordinario ciclo di affreschi nella basilica di San Frediano. Il ritorno a Bologna lo vede protagonista della scena artistica cittadina, con l’elezione a Massaro delle Quattro Arti, e committenze prestigiose. A testimoniarlo ci sono ritratti di stampo nordico come il Ritratto d’uomo giunto da Francoforte, avvicinato a un Ritratto di giovane uomo firmato da Dürer nel 1506 e contrapposto alle dolcezze del Ritratto di Evangelista Scappi del Francia. Ci sono sacre conversazioni con santi piumati, lo sguardo di sfida, pale d’altare dal taglio rivoluzionario, le sante sensuali, gioielli sulle graziose scollature. Poi scene drammatiche, Cristi e Madonne sempre più irruenti, dinamici, trasgressivi. Disegni e incisioni di grande qualità.
Eppure Vasari non esitò a dare del pazzo al povero Aspertini: «Costui venuto finalmente in vecchiezza di settanta anni bestialissimamente impazzò». Per fortuna è lo stesso artista a chiarire le cose in un documento recentemente ritrovato, in cui parla di un ematoma temporaneo alla testa nel 1534, guarito nel 1536.
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LA MOSTRA
«Amico Aspertini 1474-1552, artista bizzarro nell’età di Dürer e Raffaello». Bologna, Pinacoteca Nazionale, sino all’11 gennaio. A cura di Andrea Emiliani e Daniela Scaglietti Kelescian (catalogo Silvana Editoriale). Informazioni: tel. 051-273861.