Quel caos sugli italiani all’estero messo a tacere

Un documentario, mai trasmesso, e «Il Giornale» svelarono le magagne elettorali: ma nessuno ha mai indagato

Luca Telese

da Roma

Ricontare, certo, ricontare tutto. Ma allora, visto che si ricontano bianche e nulle, ricontiamo anche le schede degli italiani all’estero. E non solo perché noi de Il Giornale, andando a curiosare su quel surreale scrutinio, scoprimmo che c’erano infinite magagne, ma anche perché non si capisce come mai i nostri connazionali fuori dai confini debbano continuare a essere una sorta di tribù separata, «elettori di un Dio minore».
Pacchetti in vendita. Che ci siano molti allarmi e dubbi, su quel voto, non è un mistero. Era la prima volta, certo, e molto pesò l’esordio di un meccanismo mai rodato. Ma le testimonianze emerse dopo lo scrutinio indicavano più di un generico allarme. Una persona insospettabile come Antonio Bruzzese (sindacalista Cgil, responsabile dell’Inca Sudamerica) rivelò come si svolgevano le competizioni sul territorio, America latina: «Il clima era tale - disse - che le poste del Venezuela mi offrirono 10mila tagliandi elettorali da trasformare in voti». Un’offerta che per fortuna Bruzzese rifiutò (ma di cui forse altri meno onesti approfittarono). E se non c’erano le poste, a mettere all’asta i pacchetti di cedolini, non mancavano altri sistemi. «Ma davvero lei - diceva ancora Bruzzese - non ha capito come funzionava? La metà degli aventi diritto manco sapevano che potevano votare. Con i tagliandi si andava al seggio, e si votava direttamente». E se gli chiedevi del documento, l’uomo dell’Inca rideva amaro: «Macché documento! Si vede che lei non ha idea di cosa è successo qui».
Risultati invertiti. Sì, aveva ragione Bruzzese, nessun giornalista italiano sapeva cosa stesse accadendo lì: noi provammo a recuperare dopo il voto. Fu così che il Giornale compì una breve inchiesta su un episodio macroscopico. Il «ribaltone» che fece proclamare e detronizzare - in pochi giorni - la senatrice Mirella Giai (figura di prestigio della comunità italiana in Venezuela). Suscitammo un putiferio riferendo il dialogo (perlomeno imbarazzante) con cui un messo di Piero Fassino, Norberto Lombardi (immortalato in un documentario ad oggi mai trasmesso da Sky, Hermanos de Italia) si rivolse alla neo-ex-senatrice, che reclamava giustizia, e denunciava il poco trasparente riconteggio per cui era scavallata nella posizione di prima dei non eletti: «Abbiamo interesse a non far muovere paglia - le disse Natali - perché sennò ci salta tutto il baldacchino!». Per la cronaca: la Giai riuscì anche a provare che 130 voti espressi sul suo nome nel seggio 619 di Caracas erano stati spostati sul suo avversario Pollastri, mentre i 16 voti ottenuti da lui erano stati attribuiti a lei. Presentò un ricorso, ma ovviamente fino a ora nessuno lo ha esaminato.
«Mattatoio elettorale». Nessuno ha ricontato nulla, nessuno ha riaperto i pacchi sigillati nemmeno nel «mattatoio elettorale» di Castelnuovo di Porto, dove tutte le cronache narravano di uno scrutinio a dir poco surreale. Trovammo una scrutatrice, che aveva lavorato lì quella notte, e - con garanzia di anonimato - riuscimmo a farla parlare. Ci raccontò che il meccanismo aveva una falla pazzesca: «I tagliandi elettorali arrivavano chiusi in una busta. E i voti chiusi in un’altra, e sigillati. Se le buste sigillate con i voti fossero state sostituite in partenza, nel tragitto, o all’arrivo, nessuno di noi avrebbe potuto verificarlo, chiaro?». Ci raccontò che «i conti non tornavano», che «i presidenti alteravano le cifre per pareggiare i conti», che «nel caos i rappresentanti di lista ronzavano intorno ai mucchi delle bianche e delle nulle». Pensammo che ci avrebbero chiamati il giorno dopo. Invece nessuno si interessò al caso. Ricontate pure, allora. Ma per favore ricontate tutto.