Quel capitano fucilato per un dispetto

Silvia Pedemonte

Nella busta giallognola del primo caduto ignoto un pezzetto di mutande. Dieci centimetri dieci di tessuto qualunque e un bottone, al centro. Un bottone bianco. Nella seconda busta giallognola del secondo caduto ignoto un portasigarette di bachelite, incurvato da quei proiettili che l'hanno crocefisso ai lati, piegandolo. Ma non arrivando a spezzarlo del tutto. E poi, ancora: portafogli, accendini, medagliette religiose, piastrine di riconoscimento e un orologio da taschino in acciaio, collanine e anelli, pettini da donna. Busta dopo busta, caduto ignoto dopo caduto ignoto. Doveva essere così, involucro giallognolo dopo involucro giallognolo, fino al morto ammazzato numero centoventitre, in quel di Rovegno. E, invece, no. C'è ancora una busta, la centoventiquattro. Ha dentro una lettera, giallognola come il rivestimento cartaceo che l'ha avvolta per sessant'anni. Ha dentro una lettera, disperata come la mano di chi l'ha scritta, nel 1945, prima di andare incontro alla morte. C'è ancora la busta, del caduto centoventiquattro. Il caduto - fantasma, quello che non compariva in nessun registro comunale, in nessun libro dei morti della Repubblica Sociale Italiana. Il caduto - fantasma, quello che nessuno aveva mai considerato, né cercato, né rivendicato. E che invece, c'è. E che, invece, è esistito. Con un nome. Una storia. Una vita. Una morte.
Comune di Rovegno, una giornata come mille altre. Marco è un coltivatore diretto del posto che ha scelto come casa un mulino, che sa pescare con le mani e riconoscere dalle feci il sesso degli animali. Marco è un uomo che a raccontarlo non basterebbe un libro intero e che, nonostante il suo essere speciale, vive arrotondando così, con lavoretti che a Rovegno l'amministrazione gli procura qua e là. Oggi c'è il solaio della sede comunale da mettere un po' a posto. Marco va. E scopre un tesoro.
Dalla grande cassettiera messa lì, in un angolo del solaio, lì a marcire fra topi e ragnatele, sbucano fuori quelle buste. Marco se le trova in mano, una dopo l'altra. Ne conta centoventitre. Centoventitre pezzi di vestiti-orologi-accendini-medagliette religiose e così via. Ne conta centoventitre, più una. Con una lettera.
«Sapevamo da anni dell'esistenza di queste buste - spiega Carlo Viale, dell'Associazione Amici di Fra Ginepro - ma non eravamo mai riusciti a recuperarle. Oggi, finalmente, le abbiamo trovate. Con in più, la sorpresa di un caduto che, fino a questa scoperta, non risultava in nessun registro né atto».
Già, perché in quella lettera ingiallita dal tempo, scritta con una matita copiativa, c'è la storia di una vita, di un uomo con nome e cognome: si firma Primo Capitano Francesco Calabrese, quel caduto, prima di morire e scomparire del tutto dalla faccia della Terra. Per sessant'anni.
«Era un ex ufficiale in pensione, Calabrese: lo si capisce dai vocaboli che utilizza nella lettera, dalla calligrafia ma, soprattutto, dalla firma- continua Viale- egli, infatti, pone prima del nome e del cognome quel grado (Primo Capitano) che nella seconda guerra mondiale non era annoverato, contrariamente al primo conflitto mondiale. E già questo indizio ci fa pensare che questo Calabrese fosse una persona anziana».
Non solo: il cognome (Calabrese) sembra giustificare il fatto che mai nessuno, in Liguria, abbia tentato di risalire al cadavere dell'uomo: «Nella lettera che abbiamo ritrovato, Calabrese parla esclusivamente della moglie, senza mai citare la presenza di uno o più figli: forse il Primo Capitano, dopo la carriera militare si era fermato qui, a Genova, con la moglie. E, forse, qui non aveva neppure un parente» prosegue Viale.
Si tenta, ancora una volta, di dare un'identità a quei cadaveri ignoti, a Rovegno: «Non sarà certo facile: molti oggetti, fuoriusciti dalle buste, si sono sparpagliati sul fondo dei cassetti, creando confusione»; in più, c'è la una nuova storia, da raccontare. Quella del Primo Capitano Francesco Calabrese. Quella per cui già Giampaolo Pansa, il grande autore de «Il sangue dei vinti», si è mobilitato, promettendo di mandare al più presto un elenco di nominativi, di fonti partigiane, in cui accanto al nome del Primo Capitano Calabrese vi è la scritta «condannabile».
Quella che i ricercatori che ruotano attorno all'Associazione Amici di Fra Ginepro (Carlo Viale, Pierfranco Malfettani, Raffaele Francesca, Francesco Tuo) stanno cercando di ricostruire. Partendo proprio da quella lettera, trovata nel cassetto del solaio di Rovegno.
In quelle righe, c'è la chiave del mistero del Primo Capitano. In quelle righe, c'è il motivo della sua condanna a morte. E c'è la voglia di gridare al mondo la sua innocenza, il bisogno di scagionarsi dall'accusa di ciò che non aveva mai fatto.
Era uno sfollato di guerra, Calabrese, nel 1945. All'inizio della lettera, lui stesso racconta: «Circa tre anni orsono lo scrivente dopo i bombardamenti si trasferiva in qualità di sfollato, unitamente alla propria famiglia, a Terusso, trovando alloggio presso la nominata T.S.». Tra la padrona di casa e i coniugi Calabrese i rapporti non sono certo idilliaci: Calabrese descrive la donna «di natura malvaggia, prepotente, priva di ogni buon senso e educazione» e incline a azioni che con la legalità nulla avevano a che spartire («nel paese intanto si lamentavano continui furti di biancheria. La predetta T.S., passante per un viottolo del paese, si appropriava di alcune lenzuola lavate e messe ad asciugare e di altri capi di biancheria portandoli in casa sua, stendendoli alla finestra e subito vulgava per il paese la diceria, che ad essa erano state rubate tre lenzuola»). I primi screzi per un secchio d'acqua negata, i primi dissapori, fino agli insulti: quelli che T.S. rivolge a Calabrese e alla moglie. Quelli per cui il Primo Capitano si rivolge ai Carabinieri, per segnalare le ingiurie della donna. Si tira avanti, nell'astio, fino al 1945. Poi, per T.S., c'è la resa dei conti. Ed è gioco facile, se si tratta di accusare un ex fascista. 4 marzo 1945: a Terusso, i partigiani bussano alla porta in via Piave 18. Calabrese e la moglie vengono prelevati: perché spie e complici dei tedeschi. Superfluo dire da chi, la voce era partita. Per un secchio d'acqua in più, Calabrese e la moglie vanno incontro alla morte. E la loro storia resta sconosciuta. Fino a oggi. Fino a quella lettera, giallognola, scritta in matita copiativa, in cui Calabrese racconta tutto e grida la sua innocenza. Prima di morire.
Centoventitre buste, più una. Quella del Primo Capitano, morto nel silenzio. Quella di T.S. che oggi risponde al telefono, non ammette né smentisce, tentenna e liquida il tutto con un «e chi se le ricorda, certe cose!». Già, che stolti: chi se la poteva ricordare la storia di due coniugi condannati a morte per uno stupido secchio d'acqua. Chi?.