Quel cerino acceso che ha scottato Rcs

Se non fosse terribilmente serio per i diritti in gioco, dalla libertà di stampa alle garanzie processuali, dall’uguaglianza dei cittadini alla tutela della loro riservatezza, senza corsie preferenziali per gli amici, l’affare che porta ormai il nome di Silvio Sircana, il portavoce del governo di Romano Prodi incorso in un agguato fotografico dai possibili usi ricattatori, sarebbe di un divertimento assoluto. Pensate un po’ a come si è girata la frittata tra le mani dei soliti giustizieri che avevano spinto la settimana scorsa sul patibolo mediatico Maurizio Belpietro, accusato di aver chiamato per nome le cose e le persone, finite a Potenza tra le carte giudiziarie di «Vallettopoli», non per amore della trasparenza ma solo per mettere in difficoltà gli avversari politici di Silvio Berlusconi.
Il cerino acceso è rapidamente passato dalle dita del direttore di questo giornale a quelle di Pino Belleri, il direttore del settimanale Oggi, e dei suoi editori, che sono poi anche quelli del Corriere della Sera. Essi dopo avere tirato la volata elettorale nella primavera dell’anno scorso a Prodi, anche a costo di perdere per strada un bel po’ di lettori, hanno speso in autunno la non modica cifra di duecento milioni delle vecchie lire per togliere dal mercato le scomode foto scattate di notte al suo portavoce accostatosi in auto ad un prostituto, o come altro si chiama quel genere di travestiti in commercio.
Il cerino è poi finito tra le dita di Francesco Pizzetti, il garante per la protezione dei dati personali intervenuto con inquietante tempestività per impedire la pubblicazione delle foto nel frattempo arrivate in parecchie redazioni, mentre rimanevano gelosamente chiuse e sigillate in cassaforte quelle incautamente acquistate dalla Rizzoli. A sbloccare la situazione è stato alla fine un invito alla diffusione rivolto dallo stesso Sircana, convintosi evidentemente che il divieto gli stesse procurando danni maggiori delle stesse foto scattategli durante quella maledetta «deviazione di percorso», come l’ha chiamata, che lo portò tra i prostituti di una strada romana.
Se un rimprovero mi viene voglia di muovere amichevolmente a Belpietro è di avere resistito alla tentazione di pubblicare le immagini prima ancora del permesso accordato da Sircana, in modo da sfidare la Rizzoli a fargli ridicolmente causa per danni e il garante Pizzetti a procurarsi con le minacciate manette quella pernacchia gigantesca e popolare che avrebbe meritata. Ma riconosco volentieri a Maurizio l’attenuante di non avere voluto rischiare l’arresto. Che è poi la paura ammessa con accigliata franchezza in una trasmissione televisiva anche dal direttore della Stampa Giulio Anselmi, pure lui tentato evidentemente dall’idea di rovesciare più in fretta il tavolo di un affare longilineo ma non lineare, come la sagoma del nome che esso porta.