QUEL CHE INSEGNA LA LEZIONE ROSA

Se l’uomo italiano è cacciatore (almeno un primato lasciamoglielo), questa volta la freccia scoccata dall’arco ha mancato il bersaglio. Ai nostri tiratori è venuto il braccino corto, la mano ha tremato e la medaglia d’oro è svanita di un soffio. Invece le ragazze made in Italy non hanno avuto sussulti, non hanno avuto paura di vincere contro avversarie supertoste.
L’oro di Valentina Vezzali che trionfa all’ultima stoccata, a quattro secondi dalla fine, dopo una gara mozzafiato e l’oro della judoca Giulia Quintavalle, dominatrice nonostante un gomito dolorante, parlano da soli. Ma parla ancora di più la sconfitta di Federica Pellegrini che esce bastonata dalla vasca dei 400 stile libero e non molla, si ributta in acqua e straccia il primato del mondo nei 200 metri. Questo ha solo un nome, si chiama carattere. Sulle Olimpiadi al femminile leggerete cronache grondanti retorica. Leggerete di Giulia, 25enne che per la prima volta ha saputo credere in se stessa («ero convinta, ce l’ho messa tutta»), di sudori, sacrifici, sogni e passione.
Leggerete la favola bella di Vale, che a 34 anni, con un figlio di tre, non ha mai mollato la carriera per la maternità. Vale che dedica la vittoria al piccolo Pietro: «Mi ha chiesto di portargli un oro dalla Cina e mi ha accompagnato all’aeroporto con il suo fioretto di plastica». Leggerete che ringrazia Dio per il talento messo a frutto, cita Eros Ramazzotti, il suo preferito: «Quando la festa comincerà tu sarai regina, tutta la gente si fermerà a guardarti stupita». Altro che quote rosa, qui non ce n’è bisogno. Qui non ci sono soffitti di cristallo a tarpare la voglia di vincere. Qui c’è solo il cuore, la passione, il lavoro, la volontà di arrivare. E qui niente è stato d’intralcio a queste ragazze italiane, che sono come le vedi. La Vezzali alza la maschera e sotto c’è la faccia sudata e stravolta dalla fatica di una donna di 34 anni che non ha mai rinunciato a sognare.
La Quintavalle butta a terra l’avversaria per 11 volte e non molla mai la presa. Altro che quote rosa, qui le quote sono rovesciate. Dei tre ori che portano l’Italia al terzo posto nel medagliere olimpico (a parimerito con gli Stati Uniti) due sono femminili: 66,6666666666666 per cento. Se le sognano anche le parlamentari finlandesi, quote del genere. Potremmo avventurarci in analisi socio-politiche per dire vedete, quando alle donne non viene messo il freno da qualche agente esterno, anche le italiane vincono. Guardate di cosa sono capaci. Lo pensate voi che sanno solo fare le mamme e stare dietro i fornelli.
Sono loro a portare avanti il Paese, ci fanno fare bella figura all’estero. Potremmo, ma non ne vale la pena. Perché lo sapete come dice la strofa seguente della canzone di Ramazzotti citata dalla Vezzali? «Quando la festa poi finirà, e torneremo a terra, tutta la gente si ricorderà d’aver visto una stella». La stella passa e ci ricorderemo che l’Olimpiade italiana per un giorno è stata donna. Non tanto e non solo perché a vincere è stata l’“altra metà del cielo” (fatto curioso, questa espressione l’ha coniata Mao Ze Dong), ma soprattutto per la lezione che viene da Pechino. La Vezzali ha ricordato Rocky Balboa: «Quando dice che nella vita non è importante quanto fanno male i colpi che prendi, ma come ti rialzi». Ti viene in mente la faccia di Sylvester Stallone tumefatta e insanguinata e non puoi fare a meno di confrontarla mentalmente con quella di tanti vip e politici nostrani, i quali anche sotto il solleone ferragostano non si negano alle telecamere per la solita banale dichiarazione, frasi fatte, senza entusiasmo, senza passione, da navigatori consumati che non sono più capaci di vendere uno straccetto di sogno. Ed è sempre la Vezzali a commentare con una semplicità disarmante: «Il mondo si divide in quelli che hanno le palle e in quelli che non ce l’hanno...».
Inutile dire chi ce l’ha avute, ieri, a Pechino. «Quando la festa poi finirà, e torneremo a terra, tutta la gente si ricorderà d’aver visto una stella». Speriamo che la stella brilli ancora un po’.
Caterina Soffici