«Quel circolo trendy vietato ai compagni vestiti male»

Antonio Filoni ha quarant’anni, un chiosco di panini a Biella e «una fede incrollabile nel marxismo-leninismo». Tanto che una volta alla settimana la sera lascia il «baracchino» ambulante e corre in consiglio comunale, dove è capogruppo dei Comunisti italiani. «Non sono un vostro lettore», ci tiene a precisare subito quando telefona alla redazione del Giornale. «Però vorrei raccontarvi cosa è successo qui a Biella. È una storia lunga, iniziata oltre dieci anni fa. Ma è la prova di cosa stanno rischiando molti circoli Arci: da luoghi di dibattito culturale e lotta politica, si stanno trasformando in locali pubblici mascherati. Spesso frequentati da giovani alla moda, dai fighetti del centro, per capirci. Così si rovina un patrimonio troppo importante, anche se nessuno nella sinistra italiana ha il coraggio di denunciarlo...».
Adesso però prenda fiato. Cominciamo dall’inizio.
«Allora cominciamo da quando ero ragazzo, e il nostro circolo Arci era un luogo d’incontro autentico, dove noi ragazzi ci incontravamo per discutere di libri, di cinema, di politica. Certo, sempre davanti a un bicchiere di birra a prezzo politico, come si dice... Anche i figli degli operai si potevano permettere di uscire quasi tutte le sere».
Quando sono cambiate le cose?
«Un po’ alla volta, a partire da fine anni Novanta. La vecchia generazione di soci se ne è andata, e il circolo si è trasformato progressivamente in una normale birreria-paninoteca».
Prezzi al pubblico?
«Ricordo perfettamente: 10mila lire il coktail, 7mila la birra media. E parlo del 2001, quando ho smesso di metterci piede. Ormai gli unici tesserati Arci di Biella erano i figli di papà... A un certo punto si sono messi pure a fare selezione all’ingresso».
Questo è normale: i circoli sono aperti solo ai tesserati.
«No, guardi che non ha capito. Per fare la tessera bastava iscriversi all’ingresso. Ma in pratica bisognava anche vestirsi in un certo modo, come nei locali alla moda... Ricordo che un giorno arrivò una comitiva di compagni da Vercelli, volevano seguire un concerto, erano già iscritti all’Arci... Ma chissà perché furono lasciati fuori».
Che fine ha fatto quel locale?
«Le associazioni dei pubblici esercizi fecero denuncia, e la polizia lo chiuse. Poi quello spazio ha cambiato gestione e si è trasformato in un locale normale, molto carino e accogliente, ci vado sempre volentieri».
E Biella è rimasta senza Arci.
«Ma la buona notizia è che pochi giorni fa, venerdì scorso, ha aperto un nuovo circolo. Si chiama “La città di sotto”, ed è un luogo autentico, di confronto, di dibattito, di cultura. Per la città, e soprattutto per noi di sinistra, è una grande occasione».
Morale della sua storia?
«Lo Stato deve fare più controlli: così i furbetti la smetteranno e gli Arci autentici torneranno a fiorire. Come è successo qui a Biella».